Domenico Maurantonio: la buona scuola non è omertosa.

omertà

Omertà. A due settimane dalla morte di Domenico Maurantonio, è questa la parola che sta emergendo con sempre maggior insistenza tra le nebbie di questa vicenda che non trova ancora verità. E nel volo fatale di Domenico (precipitato dal quinto piano di un albergo milanese dove lo studente del liceo Nievo di Padova alloggiava assieme ai compagni, in gita scolastica per visitare l’Expo) precipita anche la credibilità di un mondo chiamato ‘scuola’.

Un mondo fatto di insegnanti, genitori, studenti: pronti nel protestare e nel denunciare i problemi e i disagi che penalizzano sia il lavoro quotidiano di tanti bravi docenti che l’impegno di quei giovani che ancora credono nella scuola come motore di crescita.

Un mondo che tuttavia ha la tendenza a chiudersi a riccio quando si trova alle prese con episodi e fatti per i quali diventa oggettivamente impossibile scaricare comodamente fuori dall’aula ogni responsabilità. Tutto questo in nome del ‘buon nome’ del singolo istituto, del singolo docente o della singola famiglia, con meccanismi di protezione ed autoprotezione rotti talvolta dal classico video su YouTube che ci parla, ad esempio, dell’ennesimo caso di bullismo o di molestie. Solo allora scattano il clamore mediatico, le promesse di provvedimenti esemplari, le denunce, gli scaricabarile liberatori tra docenti e genitori.

Questa volta ci è scappato il morto. Eppure, anche di fronte alla morte, è scattata la difesa ad oltranza, ben sintetizzata in questo caso dalle dichiarazioni della preside del liceo Nievo, Maria Grazia Rubini: “Non penso che siano omertosi: sono ragazzi intelligenti, figli della migliore borghesia di Padova e sono convinta che i loro genitori siano disponibili a parlare con loro perché capiscono che le cose verranno fuori comunque”. Notevole anche l’affondo con il quale la dirigente si gioca il tutto per tutto: “Ne ho parlato lungamente con gli insegnanti di Domenico, insieme abbiamo ammesso che se risulterà vero ciò che ipotizzano gli inquirenti, e cioè che il ragazzo non era solo quando cadeva dalla finestra, allora dobbiamo andare a vendere fagioli in piazza perché avremo fallito tutta la nostra carriera di educatori”. Di fiducia agli inquirenti nemmeno l’ombra.

Intanto, la donna che ha perso il figlio proprio nel giorno della Festa della Mamma, continua ad attendere la verità. “Ho affidato il mio unico figlio sano e in buona salute all’istituzione scolastica: mi verrà riconsegnato il cadavere”, ha scritto su Facebook la mamma di Domenico.

Antonia Comin di mestiere fa l’insegnante. Ed è come se nella sua figura, di docente e genitore che ha perso un figlio a scuola, si racchiudesse ora, oltre alla necessità di avere verità, anche quella di aprire finestre per dare luce e cambiare un po’ di aria: indipendentemente da ogni riforma, puntualmente contestata da chi vive nelle scuole, come sta accadendo in questi giorni, ma senza mai mettersi troppo in discussione.

Oggi 23 maggio a Palermo, capoluogo di una terra che di omertà ne sa qualcosa, 40 mila studenti hanno ricordato Giovanni Falcone e la strage di Capaci. La buona scuola esiste, senza dubbio.
Proprio per questo mi piace immaginare anche una manifestazione a testa alta di tutte le scuole per chiedere trasparenza e giustizia per Domenico. Almeno un segno insomma, in grado di far allontanare quelle ombre che rendono la scuola un mondo per alcuni versi impenetrabile, opaco ed inquietante.

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