29 maggio 1985. Il mio, il nostro Heysel.

heysel 1 Stamani il mio compagno di classe Giovanni ha scritto su Facebook: “Sono passati 30 anni da quella sera che non dimenticherò mai in tutta la mia vita”. Anche per me questi 30 anni non sono bastati. Non sono più riuscito a togliermi di dosso quel senso di angoscia, misto a paura, adrenalina e tremore, della notte dell’Heysel. Non ero in quello stadio fatiscente di Bruxelles, trasformatosi in cimitero. Avevo semplicemente gli occhi di un 16enne che aveva deciso di trascorrere quel 29 maggio davanti alla tv, assieme ai propri compagni di classe, a casa di Francesco, con la speranza di urlare di gioia per una vittoria semplicemente italiana. Eppure, anche a centinaia di chilometri di distanza, l’onda d’urto di quella tragedia fu così potente da colpire in pieno anche quel salotto e chi ci stava dentro. Chissà quanti salotti di casa e quanti ragazzi, come noi ragazzi della 1°C, ne rimasero colpiti. So per certo che il mio, il nostro Heysel, fu come una centrifuga della durata di pochissime ore. Vi ci siamo entrati ingenui ed entusiasti e ne siamo usciti segnati, con la pelle e la testa impregnata dei peggiori umori: terrore, bestialità, spietatezza, inganno, morte. La nostra non è stata morte fisica o atroce dolore per un pezzo di famiglia perduto per sempre e nel modo più assurdo. L’Heysel, luogo di morte di vittime innocenti, ha rappresentato anche la fine cruenta della nostra innocenza e l’esatto punto in cui si diventa adulti. Perché diventare adulti è anche prendere piena coscienza della natura infima del nostro essere. Significa affondarvi le mani senza filtri protettivi e poi lavorarci sopra per una vita intera, scegliendo ogni giorno di pescare dalla nostra infimità oppure di rigettarla. Nel film dell’Heysel è contenuta la sintesi registrata della eterna battaglia tra le possibili scelte umane: c’è chi ha deciso di aggredire e uccidere invece di seguire tranquillamente una partita, c’è chi ha deciso di utilizzare senza scrupoli un pollaio decrepito per ospitarci una finale di Coppa dei Campioni piuttosto che rinunciare al guadagno, c’è chi ha deciso di sguinzagliare una trentina di poliziotti all’inseguimento di un ladro di salsicce piuttosto che spedirli a salvare il salvabile all’interno dello stadio. C’è chi, contemporaneamente, tra gli spettatori, pur riuscendo a liberarsi dalla trappola, ha deciso di tornare nel settore Z per dare soccorso, trovando la morte. E poi c’è chi ha deciso di giocare ugualmente quella non-partita, chi ha deciso di esultare per quel gol e quella vittoria, chi ha deciso di scrivere e di inneggiare per sempre a quel -39. Alle 22.58 del 29 maggio 1985 Michel Platini segnò il gol della vittoria della Juventus, su un calcio di rigore inesistente. Lui scelse di stringere, alzare e agitare il pugno verso quella curva di morte. E solo lui sa cosa aveva dentro in quel momento. Per noi, in quel momento, scattò inesorabile la nostra prima scelta (tra rabbia, sdegno o gioia) di adulto appena svezzato. E, nel mio caso, ancora assai imperfetto.

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