Casson: diario post-elettorale. Intervista con Enrico Veronese.

Nei giorni del gran silenzio di Felice Casson dopo la sconfitta nella corsa a sindaco di Venezia, a scegliere di Veronese-Cassonparlare è Enrico Veronese, l’uomo della comunicazione che per sei mesi ha seguito, passo dopo passo, fianco a fianco con il candidato, tutto l’evolversi della lunga campagna elettorale iniziata con le primarie. Ero curioso di conoscere il punto di vista di chi ha vissuto da dentro, nel cuore dello staff, la vicenda: un contributo che Veronese ha accettato di dare ricostruendo così un ampio pezzo di diario di quanto, senza successo, è successo…

Partiamo dal ‘Chi è Casson?’Altri che, analogamente a te, lo hanno conosciuto da vicino, non esitano a definirlo persona retta e onesta. Ma non possono tuttavia fare a meno di coglierne un tratto ritenuto penalizzante: ‘Casson non si fida di nessuno, fa tutto di testa sua’. Insomma, un uomo non di squadra: concordi con questo identikit?

Una persona essenziale, asciutta, priva di fronzoli, che poco concede al superfluo e fa molte cose di testa propria, oltre a farle fare ovviamente a chi collabora. Segue direttrici evidenti e consequenziali tra loro, dalle quali è facile presagire i comportamenti futuri. Curiosità: il primo candidato di mia conoscenza, e di mia sorpresa, che guida da sé la propria auto per recarsi nei luoghi della campagna. Ciò rientra in tale quadro di autonomia.

C’è anche chi, come Claudio Madricardo sulla rivista on line ytali.com, ha ribattezzato lo staff come il ‘cerchio tragico’ di Casson. Giudizio impietoso? O non c’è stata forse un’eccessiva blindatura attorno al candidato stesso, che ha provocato un sostanziale isolamento?

Ho letto quell’articolo, scritto evidentemente da chi non conosce la realtà interna dei fatti. Come ho detto poco sopra, il candidato ha deciso in autonomia la gran parte delle circostanze quotidiane della campagna, dal calendario delle iniziative pubbliche che gli veniva sottoposto (vagliava molte mail con richiesta di incontri, una per una) alle spese. Chi ha lavorato a contatto con lui gli sottoponeva le alternative e ne eseguiva le volontà, con affidabilità e rispetto. E’ sempre sbagliato snaturare un candidato: le leggi della campagna vogliono che lo si riveli e non che lo si costruisca.

Lo slogan di punta era ‘Ci meritiamo una città migliore’. Rispetto a quando e a chi? Eravate consapevoli che poteva essere letto come un messaggio di eccessiva discontinuità-ostilità soprattutto rispetto al PD?

Ci meritiamo

Premesso che non l’ho scelto io, logicamente si riferiva ad alcune storture concrete risalenti alle precedenti amministrazioni, al plurale, che i cittadini toccavano con mano e vedevano con occhio e che sono state il primo vero motivo di scollamento, più ancora che l’affaire Orsoni. E’ in sé uno slogan pleonastico, dal momento che una città è sempre migliorabile anche se fosse governata con crismi scandinavi o emiliani di un tempo. Casson non è manicheo e ha più volte ripetuto che, come in ogni ambiente, anche nelle giunte c’era chi aveva lavorato bene e chi meno, pur non volendo confermare alcun assessore uscente. Ad esempio citava spesso la positività dei servizi sociali prima dei tagli di Zappalorto. Quanto alla discontinuità, è evidente che Casson avrebbe potuto anche non candidarsi in assenza dei fatti del 4 giugno 2014 e di una diffusa percezione negativa verso l’operato di Orsoni, questa antecedente alla scoperta dello scandalo.

Qual è stato l’atteggiamento del PD nel corso della campagna elettorale? Avete percepito distacco e insofferenza? Insomma, quale contributo concreto ha portato il PD alla causa?

Fin dall’inizio il frame della campagna dei nostri avversari, tutti, è stato “dagli al PD” come perno della passata legislatura, durante la quale in maggioranza e con ruoli significativi, vale ricordarlo, c’era pure l’UDC, passata armi e bagagli all’altro fronte previa coraggiosa scissione. Anche nell’elettorato cassoniano di base, quello più “civico” e legato alla persona, vi è stata una certa insofferenza verso il principale partito: la foto più criticata tra quelle postate nei network riguardava Casson in compagnia della Moretti. La posizione del PD cittadino era difficile, dovendo mostrare rinnovamento nelle candidature (Casson, pure senatore appartenente al gruppo dem, non è intervenuto nelle scelte di lista) e nelle pratiche, ma non potendo rinnegare in toto l’operato precedente: il che sarebbe stato ancor più controproducente per la credibilità, come a volersi nascondere. Sul territorio e sul web molti militanti democratici, non solo i candidati al consiglio comunale e alle municipalità, si sono spesi: dai banchetti di propaganda all’organizzazione di iniziative territoriali e tematiche. Non si può dire lo stesso per la delegazione parlamentare, quasi al completo desaparecida, e per alcuni che si sono visibilmente impegnati di più nella campagna per le elezioni regionali anziché per il sindaco. Un episodio: il PD e la coalizione non avevano acquistato preliminarmente alcuno spazio elettorale nei tabelloni murali 6×3, a prescindere da chi avesse poi vinto le primarie, lasciando campo libero a Brugnaro che se li è presi tutti per tempo.

Qual è stato il rapporto Casson-Renzi in questi mesi? Quel ‘il PD ha fallito però si ricomincia con Casson’, pronunciato a Mestre dal Premier-Segretario, vi faceva pensare che eravate sulla strada giusta oppure qualche dubbio sulla lealtà dei renziani lo avevate?

Le idee di Casson le conoscono tutti, così come i suoi voti in Senato in questa legislatura.
Ma pragmaticamente si è
subito reso conto che una boccata d’aria per le casse comunali passava da alcuni PD ha fallitointerventi in sede governativa, dalla sdemanializzazione di alcune isole alla “lista della spesa” consegnata al premier durante la sua visita a Mestre. Da quel giorno non si sono più registrati episodi di vicinanza pubblica o mediatica tra i due, non so se per fiuto del premier e conseguente abbandono di una situazione che si stava facendo difficile per il suo “vincerismo”, o per altre circostanze. Quanto ai suoi seguaci, ci sono quelli che si sono messi al lavoro, anche attraverso consigli operativi, e ci sarà stato qualcuno che non si è riconosciuto in questa candidatura, preferendo nel segreto dell’urna lo schema “partito della nazione”: così come nel 2013 non pochi scelsero Monti o Grillo dopo aver votato Renzi alle primarie.

Alla luce di quanto è accaduto, la scelta di inserire all’ultimo momento Nicola Pellicani (lo sfidante che alle primarie definì l’ex PM uomo della conservazione e senatore improduttivo) come capolista della Lista Casson, non è stata dannosa? Poteva essere concordata e meditata al di là di una ristretta cerchia di persone?

Non ho problemi a dire che le modalità di arrivo a quella scelta non mi sono piaciute, tanto più a ciel sereno: non furono avvisati preventivamente gli altri candidati della lista, con il contraccolpo della fuoriuscita dei nomi espressi dal Gruppo 25Aprile, né alcuni componenti lo staff, messi davanti al fatto compiuto di una conferenza stampa che si sarebbe dovuta rinviare di qualche giorno, senza voler sottostare a urgenze unilaterali. Avevo offerto la possibilità di valutare anticipatamente i pro e i contro, di organizzare per tempo una comunicazione di crisi che attutisse i contraccolpi negativi. Sebbene il coinvolgimento degli sfidanti sia giusta prassi dove le primarie non sono laceranti, può essere che il movente decisivo fosse la paura di vedere slittare parte della “base” di Nicola verso il fucsia, a prezzo di qualche voto disgiunto. E’ di ieri, a ‘L’Ariachetira’ su La7, la dichiarazione di Cacciari, tutta da verificare, secondo cui ben dieci consiglieri comunali di Brugnaro hanno votato il giornalista figlio d’arte alle primarie del 15 marzo. Va anche detto però che dal momento dell’investitura il comportamento di Pellicani al servizio della causa è stato irreprensibile: sempre presente in piazze e mercati, fautore di incontri partecipati nelle zone ai margini come Altobello, ha portato la voce della lista nei quotidiani e nelle tv come richiedeva il suo ruolo.

Secondo te la fotografia, divenuta ormai celebre, che ritrae Tommaso Cacciari alle spalle di Casson, non ha dato ragione e fondamento al refrain di Brugnaro sull’alleanza Casson-centri sociali? Si poteva-doveva evitare quella foto?

Casson CacciariQuel quadro fu ritagliato a bella posta da alcuni quotidiani: la schermata più ampia vedeva sullo stesso palco tra gli altri l’attrice Ottavia Piccolo, alcuni dipendenti comunali, Matelda Bottoni della consulta comunale per la casa e candidata in Regione nella lista della Moretti. Tutti “pericolosi sovversivi dei centri sociali”? Non credo. Bisognerebbe peraltro guardare con laicità alle esperienze di autorganizzazione – nei settori dell’integrazione, della riduzione del danno, nella produzione di spettacolo a basso costo e nello sport popolare – dal momento stesso che già Cacciari impostò la sua campagna del 2005 contro gli spazi autogestiti senza poi sgomberarne nemmeno uno. Magari un tour guidato in queste strutture sarebbe d’uopo prima di parlare senza cognizione di causa. A titolo rigorosamente personale, non ho motivi per non preferire la compagnia di Tommaso, per esempio in tema di diritti civili, a quella della “sentinella in piedi” Simone Venturini o, parlando di ambiente, lavoro, casa, rispetto a Brunetta e Bergamo. Ma soprattutto di quel rifaniCristiano Rifani, già noto alla cronaca, che non nega l’adesione al neofascismo e pur supporta attivamente il nuovo sindaco, vedi la foto assieme pubblicata nel proprio profilo facebook.

Quello dei 4 esperti (Arese Lucini, Daverio, Giavazzi, Rosso) che a titolo gratuito avrebbero lavorato per Venezia accanto a Felice Casson è stato giudicato da alcuni come uno spot disperato, dell’ultim’ora, in salsa snob. Non era meglio annunciare qualche nome di assessore nostrano?

Certo che sì. Molti cittadini glieli avevano chiesti, soprattutto in diversi tra i presunti indecisi, per avere un quadro più chiaro dalle biografie e dal perimetro di coloro che avrebbero amministrato con lui. Non credo che non avesse i nomi in mente, oltre al super tecnico al bilancio più volte annunciato assieme alla parità di genere in giunta, ma forse temeva che fare un nome o l’altro gli avrebbe potuto alienare simpatie più o meno interne, anche davanti a scelte che sarebbero parse scontate. Degli esperti esterni non sapevo niente, li ho letti via twitter la mattina stessa mentre Casson stava sostenendo un’intervista in streaming, e da gestore dei network ho subito dovuto riscontrare che in Rete non c’è stata certo un’accoglienza univoca nei loro confronti: anzi, per Giavazzi più ancora che per Rosso c’è stata una perplessità generale a sinistra, nonostante il suo volume “Corruzione a norma di legge”, assai duro nei confronti del sistema Mose-CVN.

Qual è stato il momento, se c’è stato, in cui vi siete resi conto che la partita poteva finire male?

Per quanto mi riguarda, durante lo spoglio del 1° giugno. In nessun seggio della terraferma veniva superata la barriera del 40%, e anche a Venezia centro storico eravamo sotto le cifre preventivate. Sia nei sestieri che a Marghera, zone tradizionalmente di sinistra, l’affluenza era inferiore in percentuale rispetto a Mestre: qui, come a Favaro, Casson era finito in mezzo ai fuochi accesi per le candidature alla presidenza delle rispettive municipalità.

Domanda secca: le colpe maggiori della sconfitta di chi sono?

Ci sono concause: dalla situazione inevitabilmente ereditata sulle spalle nel momento in cui si è deciso di correre alle primarie organizzate dal PD e non all’esterno di esse con una propria lista e altri alleati. E poi la permanenza, nel campo a sinistra del PD, di molti personaggi che la prosciugano da vent’anni, per continuare con l’irruzione di un player che ha speso cifre mai comunicate e per noi impossibili. Inoltre il malinteso per cui qualcuno tirava dalla parte della moderazione quando la richiesta globale era per un surplus di cambiamento. Senza dimenticare, non è secondario, il “vento” nazionale che ha portato, ad esempio, molti insegnanti a non confermare la loro fiducia al centrosinistra per via della riforma governativa della scuola.

Sei uomo esperto di comunicazione e hai rivendicato sempre la tua posizione politica del tutto aderente a Pippo Civati e alla sinistra. I più maliziosi l’hanno definita una campagna in stile ‘Stalingrado’: troppo cattivi o hai qualcosa da rimproverarti?

In questa campagna, fin dallo scorso dicembre, ho deliberatamente fatto il servant, l’esecutore, non chiedendo civati veroneseruoli decisionali che non fossero legati al web. Ho presidiato gli spazi che mi sono stati affidati (sito, mail, fb, twitter, instagram, youtube) godendo di fiducia e lavorando con responsabilità: dai riscontri ricevuti, numerici e non solo, penso di averlo fatto puntualmente, senza costruire un’immagine del senatore non aderente alla realtà, accogliendo e rilanciando i contributi user generated e sperando di ottenere dall’agenda fittissima qualche mezz’ora per le sue risposte alle questioni poste dai cittadini. Anche chi, oltre a me, si è occupata della comunicazione esterna ha svolto il proprio compito con lealtà e dedizione fino all’ultimo giorno, dall’alba a notte fonda. Non tutto è andato come avrei voluto io: non c’è mai stata una sessione di fotografie ex novo, né sono stati realizzati video professionali a carattere biografico, programmatico, narrativo. Eppure il clip dei ragazzi di Holic o l’intervista storico-alimentare di Monica Zicchiero per il Corriere del Veneto hanno rivelato in Casson una persona godibile, piena di interessi extrapolitici ed extraprofessionali e che, pur contraria a quella che chiama “la spettacolarizzazione” della politica, avrebbe potuto valorizzare ulteriormente il proprio versante umano e la propria storia. Dal lato del coordinamento politico sarebbe Veronese lanzaservito un campaign manager: una figura che decidesse con il candidato e a volte, anche velocemente, al posto del candidato, di sua piena fiducia e autorevolezza. Molte iniziative sono state fatte assieme alle parrocchie di base, con gli ordini professionali e le categorie economiche, con ambienti all’apparenza distanti come gli armatori e gli spedizionieri riguardo le grandi navi, siamo stati spesso all’Expo: ma oggi il singolo individuo non (r)accoglie più automaticamente le eventuali indicazioni che gli provengono dalla sfera sociale cui appartiene. Casson ha inoltre lanciato un metodo: quello del rapporto con associazioni e comitati per arrivare a un terreno comune davanti ai problemi dopo la cognizione dei dati e il débat publique, che in città poteva apparire inedito di fronte alla generalizzata mancanza di ascolto e di risposta da parte della macchina comunale passata: un vero handicap questo, che ha protratto i suoi effetti fino a noi.

Casson rimane chiuso nel suo silenzio e più di qualcuno ha pensato che quel tweet di ringraziamento agli elettori, dopo molte ore dalla sconfitta, sia in realtà opera tua. Comprensibile la batosta dal punto di vista umano: ma non trovi che si poteva chiudere meglio questa campagna?

L’ho scritto io perché mi è stato commissionato dal candidato, le parole sono esattamente sue, quelle che haSchermata 2015-06-18 alle 16.15.14 voluto esprimere e non altre. Personalmente, da giornalista, avrei convocato una conferenza stampa o, in alternativa, avrei redatto una nota da inviare alle testate.

Perché ha vinto Brugnaro? Bastano i soldi, il fucsia, il ‘ghea podemo far’ e le belle ragazze per spiegare un successo che si è realizzato in soli 80 giorni?

brugnaro

A La Stampa parlavo di mutazione antropologica, per dire che gli 80 giorni sono stati preparati ben prima, specie nel voto giovane e giovanissimo. Già nel 2010 pensavo che Venezia fosse pronta a capitolare: prima la città aveva sempre respinto il berlusconismo come concetto, non si era mai data a un “padrone”. Tanto più così visibile dai muri, potente – dirigeva Confindustria, muove migliaia di lavoratori precari e per questo più deboli – e scortato dalla straordinaria stagione della Reyer, per la quale lo ringrazio, da tifoso trentennale del club granata. Laguna e terraferma si sono pronunciate in modi diametrali, a conferma che nel quadro della costituenda città metropolitana le autonomie territoriali tra Venezia e Mestre andrebbero più marcate, a fronte di esigenze assai diverse tra loro. Una chiave di Brugnaro, da neofita della cosa pubblica con la quale comunque aveva fatto proficui affari nella sua carriera, è stata seguire le indicazioni di un ottimo spin come Mauro Ferrari nel profilare la campagna per segmenti territoriali: l’uovo di Colombo, a giochi fatti. Si è inoltre assicurato il sostegno di tutte le destre divise al primo turno, e non era scontato, in cambio di posti in giunta e ragionando nell’ottica di un obiettivo comune, unificante anche verso i 5 Stelle: togliere la città alla sinistra.

Cosa ti resterà di questa avventura?

L’incontro con belle persone. L’idea che siamo stati attraversati da un passaggio epocale, potenzialmente di medio periodo e quindi non facilmente eclissabile: ma la sinistra veneziana, a partire da alcuni neoeletti e dai gruppi di azione civica, ha già alcune risorse per una riscossa aggiornata e pVeronese Cassonuntuale, totalmente libera dalle scomode eredità e dalle conseguenze di ciò che succede a Roma. Mi resta la mole di lavoro condiviso sul programma, le schede contenenti informazioni specifiche, dirette e approfondite riguardo un territorio che da “veneziano metropolitano” è anche mio. E ho chiaro che se sarò impegnato in prossime campagne politiche ed elettorali non vorrò limitarmi a promuovere il candidato nei network ma tenderò il più possibile anche a decidere altri aspetti erga omnes: questo lavoro appaga quando non è castrante né troppo spigoloso, come invece talvolta è successo. Ma ne sarebbe valsa la pena, per dare a Venezia un buon sindaco, risorse permettendo: forse non brillantissimo nella campagna, ma certo ottimo legislatore. Saper valutare le carte, avere contatti e relazioni in grado di sbloccare gli ostacoli, conoscere il processo della cosa pubblica e dell’interesse collettivo, non possono essere degli optional se vuoi amministrare: questo sia che si conduca una campagna in stile anni Novanta, sia che ci si accorga di essere nel 2015.

  2 comments for “Casson: diario post-elettorale. Intervista con Enrico Veronese.

  1. Davide
    18 giugno 2015 alle 21:05

    In questa intervista trovo tutte le ragioni della sconfitta…ma proprio tutte….

    Liked by 1 persona

  2. 24 settembre 2015 alle 13:28

    Illuminante. Mi spiace per Casson che senz’altro ha una cultura del bene pubblico e dell’ascolto superiore alla maggior parte dei politici attuali

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