Migranti. Welela e la lampedusana che le ha regalato una tomba: una notizia rimasta sepolta.

Welela è un album della cantante sudafricana Miriam Makeba. Sì, vero. Di quell’album del 1989 tutti hanno nella memoria le note di ‘Pata Pata’. Scrivi ‘Welela’ su Google ed esce una sfilza di video e testi di quell’album. Poi si scorre un po’ e spunta un titolo che non c’entra nulla. Senza musica, silenzioso: ‘Welela era una ragazza prima di morire’. Ho cercato Welela. L’ho cercata non perché volessi ascoltare musica. Come spesso accade, per curiosità. L’altro giorno, seduto comodamente sul divano, mi capita di vedere un servizio su Rainews24. La notizia era di quelle da far sobbalzare sul divano almeno chi ama farsi sorprendere dalle notizie, diciamo così, positive. 20150413_migranti009876Di positivo, a dire il vero, c’é ben poco: Welela era una ragazza eritrea di 20 anni. Era sbarcata a Lampedusa lo scorso 16 aprile: già cadavere, avvolta in un sacco blu. Welela è morta nel corso di uno degli innumerevoli, drammatici viaggi della speranza. Anzi, le cause della sua morte sono legate all’esplosione di una bombola a gas avvenuta ancora prima di imbarcarsi, dalla Libia. E molti altri, quel 16 aprile, sbarcarono gravemente ustionati e privi di cure mediche che vennero impedite a bordo dai mercanti di vite umane.

tomba-migrante

Numero 162: una tomba anonima di migrante.

Di positivo però c’é molto, quanto basta per far sobbalzare l’anima. Perché a Welela, dopo quella morte tragica, anonima, nel mare dei morti usati come pallottoliere di una tragedia senza fine, qualcuno ha pensato. Qualcuno, una donna lampedusana, che ha deciso di regalarle la propria tomba di famiglia. Proprio come fosse una casa dove ospitare, dove far recuperare a Welela quello spazio di dignità e di identità di essere umano che le era stato tolto in vita. E che a migliaia di migranti viene tolto pure in morte. Vicino a Welela riposa un ragazzo rumeno: anche a lui la stessa donna ha scelto di regalare un loculo che non poteva permettersi di avere.

Il racconto di questa vicenda (clicca qui) lo lascio a Mediterrean Hope che lo ha pubblicato oltre due mesi fa, intitolandolo appunto ‘Welela era una ragazza prima di morire’. (Mediterranean Hope, come si può leggere nel loro sito, è un progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) finanziato con i fondi 8 per mille delle Chiese Valdesi e Metodiste. Mediterranean Hope è presente sull’isola di Lampedusa con un osservatorio fisso sull’immigrazione).

Io ho poco da raccontare, se non quello che ho potuto vedere con le immagini recuperate e trasmesse da Rainews24: quelle di un rito civile, di un loculo cementato da poco con incollata la fotografia di Welela. Quelle di persone messe in cerchio attorno a Welela, che al suono di chitarra intonano ‘Todo Cambia’, una poesia del chileno Julio Numhauser cantata da Mercedes Sosa.

Il mio racconto è quello delle mie lacrime silenziose sul divano, da lontano.
Una reazione normale che non avrei mai provato se non ci fosse stata quella donna lampedusana a dare degna ospitalità, seppur da morta, a Welela. Se non ci fosse stato qualcuno che ha raccontato questa storia e qualcuno che l’ha dissepolta dalla marea di notizie che sanno scatenare solo odio tra uomini.

Di questa notizia, oltre ai due riferimenti citati, non c’è traccia sul web, sulle tv, sui giornali. E’ una notizia rimasta sepolta.
Ed ogni parola ulteriore sarebbe superflua per spiegare tanta superficialità di fronte a tanta profondità.

Restano in testa le parole e le note dedicate a Welela…

Cambia ciò che è superficiale

e anche ciò che è profondo

cambia il modo di pensare

cambia tutto in questo mondo…

  2 comments for “Migranti. Welela e la lampedusana che le ha regalato una tomba: una notizia rimasta sepolta.

  1. 9 agosto 2015 alle 21:36

    Siamo in un tempo in cui i migranti sono solo numeri. Numeri da spostare. 100 di là, 20 di qua e ancora 40 più in la’. Quando uno scappa dal suo paese, se riesce a giungere dall’altra parte del Mediterraneo (cosa sempre più difficile) non solo ha perso la sua casa, la sua famiglia e la sua terra, ma la sua storia e la sua cultura. A noi interessano solo i numeri.

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    • 10 agosto 2015 alle 7:11

      In questo modo, trattando come numeri queste anime, non facciamo che infliggere loro quello che noi stessi, intimamente, consideriamo come il peggiore degli incubi. Ovvero passare su questa terra senza lasciare alcuna traccia della nostra identità di singoli.

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