Martina Levato, Achille e l’ingiustizia di una terra-madre negata.

imageSono passati 46 anni. Mia madre, quando ne parla, è ancora angosciata: mi tolsero dalle sue braccia appena nato, per mettermi in un’incubatrice per una settimana.

Sono passati due anni. La madre di mio figlio, quando ricorda il parto, stringe forte la sua creatura, gli occhi si lucidano, e maledice il fatto di non averlo visto nascere e di non averlo accolto subito tra le sue braccia: colpa di un parto cesareo, di un’anestesia dall’effetto narcotizzante e di ostetriche che hanno trasferito Piero direttamente nelle braccia del padre.

Queste righe sono fuorilegge. Lo sono perché della storia di Martina Levato e di suo figlio non ho intenzione di scrivere seguendo le tracce della giurisprudenza. Ne scrivo perché, in un certo senso, è una storia che segna tracce che fanno parte della mia vita. Tracce di figli strappati.

Scrivo fuorilegge, perché il ‘chi è Martina Levato?’ è una domanda sulla quale non mi interessa dissertare: Martina ha sfigurato con l’acido (complice il suo attuale compagno) il suo ex-compagno. Cosa orribile, tanto quanto l’etichetta che è stata marchiata a fuoco sul suo figliolo appena nato: ‘il figlio dell’acido’. Io penso che il figlio dell’acido abbia diritto alla dolcezza. Una dolcezza che solo una madre può dare quando si nasce.

Quando si nasce non si sceglie una madre, non si ha colpa, si ha solo diritto di patria. E quella patria é tua madre. È la tua terra, la tua prima terra nuda sulla quale adagiare il tuo corpo nudo. Qualcuno dirà, qualcuno avrà già detto e già deciso che quella terra-madre non può essere dolce ed ospitale, ma solo arida ed acida, tossica e nociva.

Ma solo l’idea che ad Achille, il figlio di Martina, sia stato già negato il diritto di aver toccato per un solo secondo quella terra, che è la sua terra per nascita, mi riporta ad un senso di ingiustizia profondo, di radice. Lo stesso che toccò a me e pure a mio figlio. Per destino certo. Per casualità o necessità. Lo stesso che toccò alle loro madri. Senza colpa.

Martina ha colpa, certo. Ma è una colpa umana. La nascita di un figlio, lo dico da ateo, è qualcosa che va oltre l’umano. È incomprensibile, è inafferrabile, è incontrollabile. È al di fuori di ogni legge. E non esiste essere umano che possa scegliere quale deve essere la patria di Achille. La sua patria, non per scelta, è e sarà comunque, e per sempre, Martina.

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