Volkswagen. I cortocircuiti tra viaggi-merenda e informazione: la battaglia di Franco Abruzzo.

Franco Abruzzo

“Io sono quello che una decina di anni fa, quando il Gruppo Azimut, quotato in borsa, decise di fare unconferenza stampa a Dubai offrendo ai giornalisti 5 giorni in albergo a 6 stelle, fermai i colleghi sulla pista mentre stavano salendo a bordo dell’aereo. Sono quello che, come presidente dell’Ordine della Lombardia, ha radiato due giornalisti e sospesi altri per evidente conflitto di interesse, visto che ‘pompavano’ con i loro articoli la Lombardfin, una commissionaria di borsa protagonista poi di un clamoroso crack finanziario, con la quale loro stessi avevano investito. La vicenda si è conclusa in Cassazione, con la prescrizione (clicca qui per un approfondimento)“. 

Come biglietto da visita è di quelli decisamente tosti.
Franco Abruzzo che, tra le varie cose, è stato per 18 anni, tra il 1983 e il 2001, in forza al quotidiano economico Il Sole 24 ore come redattore centrale, articolista ed inviato, ha fatto della battaglia in difesa dei principi della deontologia e dell’indipendenza della professione una delle sue ragioni cruciali.
Altri 18 anni, dal 1989 al 2007 se li è fatti da presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, terra che per eccellenza è crocevia di poteri e di interessi, affamati di tutto tranne che di trasparenza.
Ancora oggi, a 76 anni, non molla un colpo e dal suo sito (www.francoabruzzo.it, sottotitolato con un robusto ‘Giornalisti per la Costituzione’) scrive ed informa i suoi lettori, raggiunti a migliaia anche via mail, sui temi più svariati, ma sempre legati ai settori del giornalismo e dell’editoria.

“Leggiti – mi dice – la notizia che ho messo in primo piano: c’è una proposta di legge del PD (clicca qui) sulla riforma dell’editoria, che partendo dal presupposto della crisi di copie vendute dai giornali e delle inserzioni, prevede sconti fiscali per chi vuole fare pubblicità…”.

volkswagenPresa da un altro punto di vista, la vicenda della gigantesca truffa sulle emissioni dei gas di scarico perpetrata da Volkswagen e venuta alla luce in questi giorni, chiama in causa anche il ruolo che il giornalismo assume (o non assume) nei confronti di settori forti, come quello delle case automobilistiche.

“Non c’è dubbio che le case automobilistiche condizionino la stampa. Negli Stati Uniti, come in altri Paesi, le pubblicità di auto, moda, profumi sono un fattore condizionante. Guardando a casa nostra, risale a poco più di un anno fa la dura presa di posizione del cdr (comitato di redazione) del Corriere della Sera, che denuncia sostanzialmente questo: a fare il giornale, a dettare la linea editoriale è l’ufficio marketing”.

Ed in effetti quella denuncia, “cui nulla fece seguito”, contiene dei passaggi eloquenti: “… la crisi pubblicitaria sta spostando gli stessi equilibri nel quadro di comando del sistema Corriere. Fino a pochi mesi fa il marketing e la pubblicità proponevano, la direzione disponeva. Adesso siamo quasi al capovolgimento: la direzione sembra svolgere soprattutto un lavoro di contenimento. Gli esempi sono trasversali e toccano diversi settori del giornale, sia sull’edizione cartacea sia sull’online…”
“…La strategia dell’azienda, invece, appare concentrarsi soprattutto sullo sfruttamento del “power brand” Corriere, con offerte commerciali che nulla hanno a che vedere con l’identità e la storia del nostro giornale. Gli investimenti finora sono stati diretti più a rafforzare la componente commerciale che l’offerta di informazione. E quei pochi stanziamenti sul prodotto editoriale hanno seguito una logica di mera esternalizzazione, scavalcando o ignorando le risorse interne. Ora torniamo a chiedere alla direzione di prendere posizione rispetto all’insostenibile invadenza del marketing. Un impegno che dovrebbe essere condiviso da tutti i singoli giornalisti del Corriere della Sera…”.

“E’ chiaro – prosegue Abruzzo – che la pubblicità sia diventata il cuore della vita delle testate. Lo è da molti anni: i miei ultimi stipendi al Sole 24 ore venivano pagati per la metà con i soldi degli introiti pubblicitari. Il punto è che la pubblicità, lo dice la Carta dei doveri del giornalista, deve essere chiara, riconoscibile, con una grafica diversa dagli articoli: come lettore devo sapere che si tratta di pubblicità”.

Il problema, oltre al fatto che i giornali pubblicano pubblicità occulte, è che esistono anche strategie di promozione che, soprattutto nell’ambito dei motori, si traducono in forme di autentico condizionamento dei giornalisti.
Non a caso, tra le battaglie epiche di Franco Abruzzo, spicca quella del 2006. Il 22 novembre di quell’anno, da presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, invia una lettera aperta ai direttori di quotidiani, periodici, giornali radio, tv e web, con questo messaggio:

lettera aperta Abruzzo

Va da sé che a forza di inserzioni pubblicitarie, articoli-marchetta e viaggi-merenda, deontologia e trasparenza vadano a farsi benedire.

Franco Abruzzo continua a lottare ma, ammette, “oggi le cose vanno sempre peggio. E’ capitato e capita di tutto: addirittura giornali che fatturano gli articoli alle case automobilistiche. Il caso della mega-truffa Volkswagen evidenzia che i governi, l’Europa, devono innanzitutto imporre norme rigorose e stringenti, garantendo ai cittadini-consumatori il massimo della trasparenza, difendendoli davvero da queste truffe che danneggiano la stessa qualità delle nostre vite. Ma anche il mondo dell’informazione ha un obbligo verso i cittadini-consumatori: quello della correttezza, quello di raccontare i fatti”.

E’ possibile dunque dire che se ci fosse un giornalismo libero da questi condizionamenti, un giornalismo d’inchiesta, ci sarebbe anche una diga di protezione da truffe automobilistiche come quella di Volkswagen?

“Nella mia carriera ho avuto modo di incrociare la strada con alcune riviste di settore. Quelle più importanti si affidano alle firme di grandi ingegneri ma siamo lontani dal poter parlare di giornalismo d’inchiesta, visto che le competenze giornalistiche in ambito automobilistico sono, in gran parte, tutte da costruire. Il risultato è che, nella maggior parte dei casi, siamo di fronte ad un’informazione che si occupa del singolo prodotto ma senza compararlo con altri. E’ abbastanza ovvio che in questo modo, oltre ai problemi già detti, non si parli mai in modo critico di un’automobile. Da qualche parte però bisogna cominciare a cambiare, perché la trasparenza, la correttezza da parte del giornalista, il fare servizio a beneficio dei cittadini-consumatori, non possono essere degli optional. Io ad esempio, guardando ai giornalisti che si occupano di settori così delicati, obbligherei la pubblicazione della dichiarazione dei redditi…”.

La battaglia di Franco, insomma, continua…

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