Chiesa & coming out. Stefano, ex prete a Venezia: 30 anni fa mi chiesero di rinnegare mio figlio.

“Quando dissi a chi di dovere che aspettavo un figlio dalla donna di cui mi ero innamorato e che è tuttora la mia compagna, mi fu chiesto di negare tutto, di dire che quel bambino non era mio. Mi dissero che mi avrebbero spedito in Sardegna a ricominciare un’altra vita, sempre continuando a fare il prete. Mi chiesero sostanzialmente di abbandonare mio figlio e sua madre. Io dissi no: oggi quel bambino è un uomo di 28 anni e io continuo a vivere con la mia famiglia, esattamente nelle zone dove facevo il prete”.

Stefano Dei RossiC’è una distanza siderale tra il coming out di Monsignor Krysztof Charamsa e quello di Stefano Dei Rossi. Quello di pochi giorni fa, messo in atto dal teologo e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede, alla vigilia dell’apertura del Sinodo convocato dal Papa per discutere del tema della famiglia, è stato una sorta di urbi et orbi in mondovisione, con tanto di conferenza stampa di presentazione del suo compagno gay. Quella di trent’anni fa invece, consumatasi tra le quattro mura di una canonica, fu la confessione di un giovane prete di 29 anni al quale, alla cacciata in grande stile, l’unica soluzione alternativa che gli venne proposta fu la sparizione istantanea. Per insabbiare la ‘vergogna’, lasciarsi alle spalle il frutto della ‘malefatta’ e andare avanti come se nulla fosse, “mentre già qualcuno si era preoccupato di trasferire Anna, la madre di mio figlio, da Venezia in un paese della provincia”.

Chiesa dei CarminiAnno Domini 1987, non secoli fa. Tutto questo a Venezia, nella parrocchia di Santa Maria del Carmelo, meglio conosciuta  come i Carmini. Seduti al tavolino di un bar di quel campo Santa Margherita che ogni domenica mattina alle 11 era un po’ il punto di ritrovo dei fedeli che uscivano dalle messe celebrate da Don Stefano, Stefano coglie lo spunto per dire la sua, sulla base della sua storia: “Il coming out di Monsignor Charamsa? L’ennesimo capitolo di una storia che dura da secoli. Una vicenda di fronte alla quale ci si divide, magari abbandonandosi al gossip, tra pro e contro. Senza però scendere al cuore del problema: ovvero al fatto che nella Chiesa esiste una marea di non detto, di ignorato e di tenuto nascosto”.

Di fronte al suo gran rifiuto di insabbiamento Stefano smise ovviamente di fare il prete dalla notte al giorno: “Non mi fu concesso di spiegare nulla alla comunità. Una rimozione che peraltro non ha nulla di ufficiale. Per anni nella mia carta d’identità c’era scritto ‘Professione: sacerdote’. Quando ho iniziato a lavorare come infermiere ho dovuto persino litigare con l’anagrafe del Comune per cambiare la dicitura, perché non avevo alcun atto a mia disposizione. In teoria, ma anche in pratica, potrei dire messa in qualsiasi momento, cosa che non ho la minima Charamsaintenzione di fare. A più riprese, dopo la mia uscita, cercarono di farmi dire, in modo da procedere con un annullamento, che la scelta del sacerdozio non fu frutto di una mia libera scelta: in realtà la mia fu una scelta liberissima e felice. Tutto questo la dice lunga sul livello di ipocrisia cui si giunge per evitare di affrontare le dinamiche di un mondo sommerso e di cui casi come quello del Monsignore gay, come il mio e di altri, rappresentano solo la punta dell’iceberg”.

Oggi Stefano ha 57 anni, una famiglia con due figli maschi ormai più che ventenni ai quali ho raccontato tutto: la mia, la nostra storia, l’hanno appresa e vissuta con curiosità e serenità. Elementi che segnano anche la mia passione di scrittore: sono anni che scrivo racconti, non solo legati a quella vicenda della mia vita (la sua biografia romanzata si intitola ‘Il Pifferaio’). Quei cinque anni da prete ai Carmini sono stati in larghissima parte felici. La castità è una cosa vivibilissima per un sacerdote: a me non mancava nulla, non mancava neppure la famiglia perché la mia comunità era la mia famiglia e tutto era esaustivo”.

Poi cosa si ruppe?

“Penso che quando un prete arriva ad avere una relazione che rompe il vincolo della castità, ci sia tra le componenti anche quella della frustrazione. Anche per questo motivo, nel mio caso, ci fu la rottura: presi atto che la Chiesa non mantiene ciò che ti promette”.

Ovvero cosa?

“Sicuramente la possibilità di realizzare un progetto di autentica testimonianza d’amore cristiano nel cuore della società, cosa che mi aveva spinto in piena libertà ad intraprendere la strada del sacerdozio. Ad esempio, io cominciai a suonare alle porte delle case di tutti in questa zona. E ricordo i rimbrotti e i paletti messi da chi mi era superiore: ‘non andare in quella casa perché ci vive una prostituta’, ‘non suonare alla porta di quella coppia gay’, ‘non discutere con quelli della pescheria perché sono comunisti’. Insomma una serie di limitazioni che alla lunga creano un recinto nel quale il prete si trova a fare da mestierante: apri e chiudi il patronato, fai il contabile con le prenotazioni di matrimoni e battesimi, e ben poco oltre. Certo, vivi la comunità, cosa che ho fatto con felicità: ma la comunità è anche quella che non frequenta la chiesa”.

Queste sono parole di accusa di tradimento da parte della Chiesa: in realtà il traditore è qualcun altro…

“Non mi sono mai considerato un traditore. Certo, posso riconoscere le mie colpe: probabilmente non sono stato paziente e lungimirante. Potevo aspettare, lottare più di quanto abbia fatto. Ma la vita è una e ho scelto, anche con quel rifiuto a disconoscere ed abbandonare una famiglia, di rompere con un’esperienza che sentivo ormai come troppo piccola. Semmai considero traditori quelli che hanno accettato di rimanere preti…”.

Vuol dire che casi analoghi sono frequenti?

suora“Tanto per restare a Venezia conosco e so bene chi ha continuato e continua tuttora la vita sacerdotale malgrado abbia avuto figli. Venezia si trova esattamente nella media di un sottobosco: non può dirsi di certo un’isola felice insomma. C’è poi un’altra fetta di mondo religioso che si ritrova coperto da una sordina addirittura maggiore, ovvero quello delle suore. C’è una spessa coltre di silenzio sulle loro condizioni, non di rado segnate dalla solitudine e da problematiche che investono la loro sfera sessuale. Ci sono autentici drammi personali che vengono vissuti nel silenzio totale. Ne ho viste non poche girare con la boccetta di Lexotan in tasca, per alleviare le proprie ansie, magari perché mandate in isola ad assistere malati mentali. Con tutte le conseguenze che ne derivavano in termini di ‘sfoghi’…”

Si tratta di una denuncia su un quadro di profonde contraddizioni da parte della Chiesa…

“Chiariamo: io non ho mai voluto fare di ogni erba un fascio e non sono, ribadisco, animato da rabbia o ripicca. Sono assolutamente sereno e posso dire di aver conosciuto nella mia esperienza tante belle persone che vivono la Chiesa e nella Chiesa. Ma, proprio perché ho vissuto una parte importante della mia vita in questo mondo, non

18/09/2013 Città del Vaticano, piazza San Pietro, udienza generale del mercoledì , nella foto papa Francesco

posso ignorare alcune lampanti contraddizioni. Le aperture di oggi da parte di Papa Francesco sono importanti, ma rischiano di rimanere inevitabilmente solo belle parole, prive di concretezza. Le donne e le pari opportunità? Tutto bene, ma allora la Chiesa deve aprire una finestra enorme sulla condizione delle suore. L’attenzione sulla famiglia? Benissimo: ma tutto questo non si concilia per niente con gli insabbiamenti e con l’ipocrisia di sacerdoti che hanno figli nascosti. Gli appelli all’accoglienza dei migranti e al sostegno dei poveri? Ottimo: a patto che, tanto per dirne una ma vera, la si smetta con i vescovi che, appena insediati nella nuova sede, pensano solo a rendere più accogliente il proprio appartamento, con restauri da decine di migliaia di euro”.

Una Chiesa di facciata dunque…

“Certo, una Chiesa di facciata, funzionale al salvataggio del proprio stato di privilegio. In questo senso, il cambiamento vero, il non insabbiare, anticipando così ogni scandalo o rumoroso coming out, non è cosa funzionale al mantenimento di uno status. Questo processo di lungo periodo, queste contraddizioni evidenti a tutti, hanno provocato una crisi vocazionale e di partecipazione alla vita parrocchiale. Ma l’effetto è stato peggiorativo nel senso che, per ovviare alla crisi, è stato dato spazio anche persone che fanno il loro ingresso per curare i propri interessi: lavorativi, economici, di ascesa sociale o politica. E anche, purtroppo, in alcuni casi, per curare i propri interessi e tendenze di natura sessuale, compresa la pedofilia. Insomma, una sorta di circuito che si autoalimenta, dal quale, di tanto in tanto, escono gli ‘spaventapasseri’ come Monsignor Charamsa, sul quale probabilmente in molti sapevano già tutto. Spaventapasseri che agitano l’opinione pubblica ma che non sconvolgono minimamente il ‘campo’, ovvero la Chiesa, che resta sempre uguale a se stessa”.

La conclusione di Stefano è agrodolce: “La Chiesa digerisce tutto e tutti. Tra pochi giorni non si saprà più nulla di Charamsa e tutto andrà avanti come prima. A me sono rimaste comunque tante cose belle. Sulla mia strada ho conosciuto persone straordinarie. Una su tutte, Albino Luciani, (Patriarca di Venezia dal 1969 fino alla sua elezione a Papa, nel 1978)  che fu per me e per altri giovani della mia generazione un prezioso padre spirituale. Fu con lui, a tu per tu con lui, che feci la scelta di diventare sacerdote. Era un uomo di orizzonti aperti, rivoluzionari, dai temi legati al mondo del lavoro fino a quelli delicati della contraccezione e del controllo delle nascite. E ancora oggi mi riesce difficile accontentarmi della versione ufficiale sulle cause della sua morte, dopo appena 33 giorni di pontificato. L’altra cosa preziosa è che attraverso Anna, assieme ad Anna, continuo a conservare dentro tutto il bello di quella che fu la mia comunità”.

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