Venezia, la vendita dei quadri di Klimt e Chagall. Oltre il ritratto del ‘sindaco barbaro’.

‘Prima de morir vardando un quadro, vendo el quadro’.

Brugnaro e la vendita di Klimt e Chagall.

‘Il sindaco barbaro’ di Venezia, Luigi Brugnaro, (così è ormai unanimemente battezzato dai suoi detrattori) colpisce ancora.

La sua idea di vendere un quadro di Klimt ed uno di Chagall per fare cassa e risolvere il deficit del bilancio comunale lo ha consacrato definitivamente in un immaginario da collettivo, dove ormai se la vede solo con Attila. Se nelle prossime settimane ne spara un’altra di queste, anche l’antico Re degli Unni sarà detronizzato e a Torcello ci si andrà per vedere il Trono di Luigi.

Mentre la popolazione colta e/o civile, quella che nel 95% dei casi nemmeno sapeva di possedere in casa questi mostri sacri dell’arte, si straccia ogni veste dimenticando che già da tempo si trova civicamente e finanziariamente in mutande, il barbaro va avanti per la sua strada.

Un Vandalo scriteriato? Un Goto da bar? Un Burgundo che non sa ciò che dice in barba a Codici dei Beni Culturali e Costituzione? Può darsi. Almeno così narra una leggenda in tempo reale che sta facendo il giro del mondo. Ringraziando Brugnaro per avermi informato che sono possessore in nano-millesimi di un Klimt e di uno Chagall, non mi va tuttavia di morire guardando il ritratto del barbaro che i detrattori vogliono vendere a buon mercato. E vado oltre.

Perché, cosciente o incosciente della barbarata che ha lanciato, a Luigi Brugnaro va riconosciuta, con questa finta vendita, una capacità che i suoi predecessori (imbrigliati nell’alta cultura, nella prudenza o nelle loro conoscenze legislativo-istituzionali) hanno tenuta sepolta nei magazzini dell’arte politica. Ovvero quella di far deflagrare il problema come una bomba, davanti agli occhi dell’opinione pubblica veneziana, nazionale ed internazionale. Nel modo più provocatorio possibile, anche a costo di farsi dire ‘barbaro’.

Mai come ora il problema del deficit di Venezia è in esposizione pubblica, cosa che nemmeno le cartolarizzazioni, le vendite dei palazzi, i viaggi a Roma dei sindaci precedenti sono riusciti a fare. E tutto questo ha un valore politico significativo per Venezia. Perché costringe, al di là dell’impossibile vendita dei quadri, a rompere con un immobilismo che sul fronte dei finanziamenti (vedi Legge Speciale) dura da tempo inenarrabile. Brugnaro, consapevolmente o meno, ha attuato la strategia di chi lancia l’ultimatum definitivo, in primo luogo nei confronti del governo nazionale, chiamato ora più che mai a dare risposte concrete e non contro-battute di circostanza. In caso contrario, in caso di tracollo, ‘il barbaro’ non esiterà a trascinare chi non darà risposte e chi si limiterà allo sbeffeggiamento, nel baratro delle responsabilità di questo fallimento. Salvando in ogni caso se stesso, sindaco fresco di pochi mesi.

C’è infine, in questa operazione, un altro retro-quadro che non va dimenticato. L’aver puntato i riflettori sui dipinti di Klimt e Chagall è funzionale allo spegnere l’attenzione su un’altra operazione, quella della vendita dei terreni del Comune ad Enrico Marchi, padrone assoluto dell’aeroporto di Venezia. Terreni sui quali potremo veder sorgere nuove opere. Non d’arte e nemmeno di interesse pubblico.

Come qualche esponente di centrosinistra con un minimo di sale in zucca ha osservato: “se si provasse nei confronti delle svendite delle aree di Tessera a Save la stessa indignazione che si prova per l’asta delle opere d’arte saremmo senz’altro una città più consapevole. Alla radice della questione sta una domanda che interroga la natura della democrazia: può un privato decidere e programmare a proprio piacimento su aree pubbliche e le istituzioni, la città essere semplicemente costretti a prenderne atto e adeguarvisi? E poi un’altra questione, che dovrebbe interrogare soprattutto il mio partito (il PD): un ministro (Franceschini) è intervenuto ad un convegno sulla sostenibilità del turismo citando come esempio negativo il transito delle grandi navi nel bacino di San Marco. Ma la costruzione della nuova pista aeroportuale, la realizzazione di un altro mega polo commerciale nelle aree dell’aeroterminal, con annesso l’ennesimo investimento alberghiero, sono forse più sostenibili?”.

E’ di questa capacità di vedere oltre che i detrattori del ‘barbaro’ hanno bisogno. E’ dell’assenza di pensiero o retropensiero politico, che ‘il barbaro’ si nutre. Con un’avvertenza: se ‘il barbaro’ riuscirà, di riffa o di raffa, a risolvere il problema del bilancio, cosa auspicabile, il danno di immagine non lo subirà di certo lui o la città. Con la conseguenza che, alla fine, potrebbero essere gli stessi detrattori di oggi a passare definitivamente alla storia amministrativa della città come i barbari, o i figli dei barbari, del recente passato.

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