Moda e caporalato. Matteo Ribon (CNA): “Veneto terreno fertile dell’illegalità”.

“Quello del lavoro nero e dello sfruttamento delle persone nel settore della moda è un fenomeno che non fa rumore. Non emerge l’efferatezza tipica delle organizzazioni criminali, è più nascosto rispetto ai casi eclatanti di caporalato e schiavismo che, seppur anch’essi non senza fatica, esplodono drammaticamente in agricoltura. Eppure ce l’abbiamo sotto casa. Assieme a Toscana ed Emilia Romagna, il Veneto è una delle regioni più fertili perché qui il settore manifatturiero costituisce ancora una spina dorsale dal punto di vista produttivo e perché le evoluzioni del mercato, segnato dalla crisi, danno segnali che devono preoccupare e far tenere alta la guardia”.

Matteo Ribon è il segretario di CNA Federmoda Veneto. In questi giorni ha diffuso, attraverso il lavoro dell’Osservatorio ribon
permanente sulle dinamiche economiche regionali di CNA (la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa), una serie di dati che, letti in un certo modo, devono appunto accendere più di un riflettore sul tema del lavoro sommerso e delle condizioni di lavoro: “ogni volta che si parla di Cambogia o Bangladesh mi spunta un sorriso amaro perché purtroppo anche nel nostro territorio, cosiddetto civilizzato, esistono enclave di degrado inaccettabili. Basti pensare alla scoperta di case-laboratorio ridotte in condizioni disumane, tra topi, latrine e materassi a terra, con la carne essiccata alle finestre chiuse da sacchetti di plastica e con soppalchi dove sistemare i bambini per la notte”.

I numeri diffusi da Ribon parlano di un sorpasso, avvenuto nel Distretto del calzaturiero del Brenta: tra il 2009 e il 2015 le imprese a titolare cinese delle province di Padova e Venezia sono aumentate del 40,6%, mentre quelle a titolare italiano sono diminuite del 12,6%. Detta così dice qualcosa, ma non tutto: “Siamo di fronte ad una vera e propria sostituzione. Ne sono vittime imprese italiane che non hanno potuto reggere l’urto della concorrenza sleale: in sei anni ne sono state perse 77. Il punto è che si tratta di aziende per lo più individuali, una forma giuridica che gli imprenditori italiani stanno abbandonando perché il rischio di impresa coinvolge tutto il patrimonio personale, cosa che i cittadini cinesi non hanno. Il tasso di mortalità medio di queste imprese è di 2 anni. Esattamente il periodo obbligatorio per il primo versamento di imposte dirette ed indirette. E nel 70% dei casi sono con personale in nero o impiegato irregolarmente a seguito dei controlli effettuali da Guardia di Finanza, Spisal, Ulss e Inps”.

italia_venetoIn assoluto, guardando alla presenza di imprenditori cinesi nel sistema moda (comprendendo dunque, oltre al calzaturiero, anche gli ambiti dell’abbigliamento e della pelletteria) il Veneto ha ben 6 delle sue 7 province presenti tra le prime 20 a livello nazionale. Secondo un rapporto della Camera di Commercio di Padova (su dati Infocamere) aggiornato al 30 giugno 2015, la provincia di Padova è al 4° posto (690 aziende cinesi) dopo la ‘capitale’ Prato (4.046) e dietro Firenze (3.059), vedendosela non troppo da distante con Milano (990). Ma anche Rovigo si colloca in alto, al 9° posto (478), seguita subito dopo da Treviso (414). Vicenza (al 15° posto con 278 imprese), Venezia (17° con 260) e Verona (19° con 178) chiudono la classifica della top 20. Complessivamente, il Veneto ospita da solo oltre il 13% della presenza sul territorio nazionale.

Detto questo, è possibile fare l’equiparazione cinesi=illegalità?

“Intanto va chiarito che la presenza di imprenditori cinesi ha una sua motivazione precisa, legata ad una grandissima storia e tradizione nell’ambito tessile, della pelletteria e delle calzature. In Cina vengono costruite tante realtà, le persone imparano un mestiere e arrivano in Italia. Il fatto che, oltre a quella cinese, non esistono altre nazionalità estere nel panorama di questo settore imprenditoriale, va insomma spiegato con questa premessa. Di conseguenza è inevitabilmente in questo bacino ‘etnico’ che si verificano le irregolarità”.

Cosa intendiamo per irregolarità?

“Intendiamo, oltre ai problemi di sicurezza e di igiene, l’emergere di scenari nei quali esistono aziende che generalmente registrano in regola 2-3 lavoratori part-time giornalieri. Dopo di che, dalle 7 di sera in poi, le attività vengono svolte da numero di persone pari a 2-3 volte i registrati”.

Tenendo conto degli ultimi dati freschi di aggiornamento, quanti sono in Veneto i lavoratori irregolari del settore?

blitz tomaifici Riviera del Brenta

Il blitz dell’aprile scorso in 48 tomaifici cinesi in Riviera del Brenta.

“E’ chiaramente difficile fare un’istantanea precisa di questo mondo sommerso. Ma se sto anche alle cifre di uno dei più significativi e recenti blitz, che su 48 tomaifici cinesi in Riviera del Brenta ha rivelato la presenza di 28 lavoratori in nero e di 104 impiegati irregolarmente, non è irragionevole pensare che in Veneto esistano circa 3.000 irregolari”.

Dietro questo mondo sommerso ci sono vere e proprie organizzazioni di stampo mafioso?

“Non lo dico io, ma i fatti: quando venne arrestato il boss cinese Keke Pan a Mestre si scoprì che molti dei collaboratori che gli ruotavano attorno gestivano anche pezzi di settori, facendo spostare gruppi di cinesi da una città all’altra per metterli a lavorare all’interno di opifici, laboratori e pelletterie. Persone che vengono sfruttate, per le quali non esiste una divisione tra lavoro e vita e che nella maggior parte dei casi lavorano per ripagare debiti”.

blitz tomaifici Riviera del Brenta 2E’ un affare tutto cinese dunque? E gli italiani?

“Anche qui va fatta una premessa: negli ambiti della calzatura e della maglieria la produzione viene realizzata fuori dalla fabbrica, per il 90-95% in conto terzi. Questo sistema, inventato in Veneto da Benetton, viene praticato dalle imprese e dai marchi italiani e multinazionali che fanno base qui con sedi per la logistica e il design. Dunque, anche in questo caso, bisogna contestualizzare e non generalizzare. Ciò che non è accettabile però è che questo lavoro in conto terzi non venga sempre svolto in maniera regolare. Il committente può fare due errori voluti, compiuti soprattutto per aggirare la morsa della crisi: gira direttamente la commessa a laboratori irregolari, oppure compie questo passaggio per via indiretta, attraverso subappalti. Quest’ultima modalità consente di lavarsi la coscienza e di dire ‘io ho fornito regolarmente lavoro a questa impresa, non sapevo che lavoravano irregolarmente’.

Come mettere fine a questo sistema?

“La politica deve fare di più. Sono due, a mio avviso, le azioni urgenti da mettere in campo. Innanzitutto il sequestro e la distruzione dei materiali prodotti illegalmente.
 E, contemporaneamente, stabilire a livello normativo che il committente è sempre responsabile e che non può scaricare le colpe altrove. Non deve più essere concesso di dire ‘non sapevo’, non è colpa mia’. Qui parliamo di sfruttamento, concorrenza sleale, evasione fiscale, sottrazione di patrimonio alla comunità e allo Stato. Senza dimenticare il raggiro che viene fatto ai danni degli stessi consumatori che pagano magari prezzi da capogiro per prodotti che sono il risultato di questo sistema. E senza dimenticare che da questo sistema viene partorito anche il mercato delle contraffazioni, perché chi sa lavorare per realizzare prodotti autentici, lo sa fare benissimo anche quando si tratta di produrre merce contraffatta. Il rispetto delle regole, quelle che non ammettono sfruttamento delle persone ed illegalità, deve tornare ad essere un principio fondamentale. E non deve rimanere sottomesso agli interessi economici di chi, in vario modo, fattura milioni e milioni di euro”.

  1 comment for “Moda e caporalato. Matteo Ribon (CNA): “Veneto terreno fertile dell’illegalità”.

  1. 17 ottobre 2015 alle 11:15

    L’ha ribloggato su pietrobarnabee ha commentato:
    Alcuni dati sulla diffusione del lavoro nero; si parla del Veneto, ma la situazione non credo sia diversa nelle altre regioni del centro nord. Soprattutto, questo non rientra nella pratica del caporalato in agricoltura, ma danneggia allo stesso modo la nostra economia, sia di sviluppo nazionale, che le imprese che non possono essere competitive.
    Buona lettura 🙂

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