Ricordavamo Bruno Caccia? Le mafie e la coscienza fragile del Veneto.

Era il 28 dicembre 2012: quel giorno la Regione Veneto approvava la propria legge contro le mafie. Doveva essere un modello a livello nazionale.

A distanza di tre anni esatti da quel provvedimento di contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata, nulla è stato fatto. L’emergere di commistioni tra la malavita locale che opera al Tronchetto di Venezia e Cosa Nostra; i segnali inquietanti di penetrazione della camorra e della ‘ndrangheta nel settore dell’edilizia in Veneto Orientale, nel vicentino e nel veronese; i sequestri operati dalla magistratura di unità immobiliari nel trevigiano e nel padovano, gestite da figure sospettate di relazioni con gruppi camorristici: tutto ciò non è stato sufficiente, in tutto questo tempo, per far muovere foglia.

Quella legge prevedeva azioni di costante monitoraggio attraverso un Osservatorio, la realizzazione della Stazione Unica Appaltante per fare muro contro i tentativi di condizionamento della criminalità mafiosa nel settore dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, oltre ad una serie di azioni finalizzate al recupero dei beni confiscati. Senza dimenticare le iniziative di sostegno alle vittime delle mafie e per la diffusione di una cultura della legalità. Risultati zero: una legge chiusa nel cassetto di Zaia da tre anni.

Bruno Caccia lapideEra il 26 giugno 1983: poco prima della mezzanotte, a Torino, un magistrato di nome Bruno Caccia veniva crivellato di colpi mentre era a passeggio con il suo cane.

Oggi che Rocco Schirripa, uno dei suoi presunti killer, è stato arrestato, la figura di Bruno Caccia torna a galla. Piemontese di nascita, Caccia ha combattuto in Piemonte le sue guerre. Contro il terrorismo brigatista. E contro le mafie. Di lui il boss ‘ndranghetista trapiantato in Piemonte, Domenico Belfiore, disse che ‘con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare’. Belfiore, oggi ergastolano, fu mandante dell’omicidio Caccia. Schirripa, con tutta probabilità, fu il ‘soldato’ che finì mortalmente il magistrato.

Nell’immaginario collettivo delle vittime della mafia dominano i Falcone e i Borsellino: siciliani, morti in Sicilia, dopo una guerra combattuta contro un mostro che in Sicilia ha le proprie radici. Ma in quanti si ricordavano di Bruno Caccia? Di un piemontese, morto in Piemonte, dopo una guerra combattuta contro una criminalità organizzata che ha messo radici in Piemonte?

Il primo mea culpa è il mio. Poi, però, un po’ tutti dovremmo fare un esame di coscienza. E dirci che, qui al nord, viviamo in una perenne ipocrisia, in una persistente negazione di un’evidenza. Quella di vivere in terre di mafia, circondati da uomini che si infiltrano nelle imprese, negli appalti, negli affari di interi settori come il turismo o l’edilizia, attraverso addentellati che non conoscono confini.

Bruno Caccia fotoBruno Caccia, oggi che possiamo conoscerlo un po’ di più, era un inflessibile. Oggi, come lui, altri magistrati conducono anche in Veneto indagini, eseguono ordinanze, sequestri di beni e danaro prodotti da quelle ‘lavatrici’ mafiose, frutto di usure, ricatti, e di tutto ciò che è malavita. Sono magistrati che rischiano la vita.

Le operazioni politiche di chi sguinzaglia l’opinione pubblica con l’obiettivo di sbranare l’immigrato-criminale hanno un effetto obnubilante rispetto al fenomeno mafioso. Chi da oltre 20 anni governa il Veneto e che da oltre 30 anni ha innestato in questa regione la cultura dominante dei ‘paroni a casa nostra’, ha in questo senso una responsabilità storica nel non aver voluto far diga contro le infiltrazioni del crimine organizzato. Esattamente contro chi agisce oggi come padrone di casa in Veneto. E quella legge, che da tre anni non trova attuazione, ne è la drammatica riprova.

Ma la colpa è un po’ di tutti noi. Colpevoli di una coscienza collettiva fragile che, voltando le spalle alle mafie, consente alle mafie di aggredirci.
Con un crescendo inarrestabile. In un abbraccio mortale.

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