Legalità e infiltrazioni mafiose. Lo scontro nauseabondo PD-M5S.

M5S-PD

Da giorni, ininterrottamente, le prime file di PD e M5S stanno ingaggiando uno scontro senza quartiere sui temi della legalità e delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella politica e negli enti locali.
A scatenare un braccio di ferro che comunque era già destinato ad avviarsi ed allargarsi a tutto campo in vista delle elezioni amministrative, la vicenda del Comune di Quarto, retto da una amministrazione a 5 stelle sulla quale grava un’inchiesta per capire se, come e per responsabilità di chi, la Camorra abbia messo le mani sul governo della cittadina napoletana.

Il gioco perverso che si è innescato sta tutto tra l’animo vendicativo dei dem, che non vedevano l’ora di linciare Grillo e i suoi dopo tante prediche sulla questione morale, e la contraerei giustizialista dei pentastellati: abituati alle espulsioni sommarie nei confronti dei propri eletti, hanno incassato come manna dal cielo la condanna a due anni e due mesi, per corruzione, dell’ex assessore PD al Comune di Roma, Daniele Ozzimo.

E giù con l’antimafia via hashtag: #malgovernoa5stelle contro #condannanovoi.
A perdere sono tutti. In primo luogo perché ambo le sponde usano le mafie come arma politica di denigrazione dell’avversario, dimenticando che l’avversario vero da combattere sono le organizzazioni criminali. In subordine, ma non tanto, perché procedendo così, a colpi di denigrazione, l’esito scontato è quello di un omicidio definitivo di quanto resta di credibile nella politica.

Nauseabondo è l’aggettivo giusto.
Lo stesso effetto che, per altri motivi, si può provare nel leggere i dettagliati resoconti degli esecutori mafiosi di quanto accadde esattamente 20 anni fa, l’11 gennaio 1996. A San Giuseppe Jato, dopo 25 mesi di prigionia, veniva ammazzato e sciolto nell’acido Giuseppe Di Matteo, a 15 anni.
Figlio di Santino, pentito di mafia, questa creatura, catturata da bambino e uccisa da adolescente, ha vissuto come un Cristo siciliano la pagina più atroce, tra le mille, scritta dalla mafia. Ingannato (per rapirlo i suoi aguzzini si travestirono da poliziotti, lo illusero di portarlo dal padre sotto protezione e lo fecero sparire), bunkerizzato per oltre due anni, debilitato, infine strangolato e disintegrato nell’acido. Tutto questo per vendetta nei confronti del padre, traditore e infame.

In questi 20 anni l’elenco dei bambini ammazzati dalle mafie non si è arrestato, così come era iniziato ben prima di quell’11 gennaio 1996. L’immagine della mafia buona, che non tocca i bambini, è stata sempre un inganno. Così come è un inganno considerare più buone le mafie che, senza tanti spargimenti di sangue, si dedicano agli affari, agli appalti e alle infiltrazioni in ogni settore: come se non fossero sanguisughe di democrazia e libertà ad ogni livello.

Ingannevoli sono gli attori di questi teatrini antimafia, interpreti di canovacci pietosi, escogitati a puro scopo propagandistico. Il tutto basato sull’idea che non esista un’unica democrazia bensì tanti clan politici, talmente screditati a vicenda, che ormai fanno a gara per mostrarsi meno mafiosi degli altri. Senza invece pensare seriamente a come far diga, tutti assieme, contro le avanzate mafiose nella politica, nei partiti e nelle nostre istituzioni.

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