Venezia, 17 gennaio 1986: 30 anni fa il rogo di Coin. Il senso di un dazio gigantesco.

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Daniela Masnada (25 anni, incinta di quattro mesi, lavorava come telefonista), Fernanda Mazziotta (direttrice della filiale) Emilia Merlo (una cliente che si trovava a far compere con il marito), Walter Ruffato (operaio), Franca Tagliapietra (commessa).

Tracce di memoria personale nella memoria collettiva: avevo 16 anni, giusto 30 anni fa, il 17 gennaio 1986. La notizia di quei 5 (anzi 6 morti) mi raggiunse mentre ero in ospedale, ricoverato per sottopormi ad un banale intervento di appendicectomia. A qualche reparto di distanza mi raggiunsero anche i feriti (in totale 13) di quel rogo ai magazzini Coin di Venezia, una delle tragedie più dure e angoscianti per la città dal dopoguerra ad oggi.

Asfissiati, ustionati a causa di una scintilla caduta sulle resine durante una serie di lavori di ristrutturazione. Imprigionati in una gimkana di imprudenze, di inferriate alle finestre, di difficoltà nei soccorsi, di fragilità strutturali proprie di una città intera. Quei morti rappresentano per sempre un dazio gigantesco, con il quale la coscienza collettiva di questa città ha il dovere di fare i conti. Trent’anni fa le famiglie di Daniela Masnada e Franca Tagliapietra non vollero un rito funebre collettivo: una scelta che ebbe il sapore di un atto d’accusa collettivo, che non va dimenticato.

Il destino storico di questa città ha voluto che esattamente dieci anni dopo quella tragedia,Schermata 2016-01-17 alle 08.37.21 (giusto vent’anni fa, il 29 gennaio 1996) fosse il rogo del teatro La Fenice a diventare simbolo, oltre che delle irresponsabilità, della fragilità e dell’insicurezza su cui si regge strutturalmente Venezia. Non si può dire che la tragedia di Coin sia una pagina dimenticata, ma di certo offuscata dalla distruzione de La Fenice. Personalmente mi colpisce il fatto di non aver riscontrato tracce di ricordo pubblico, rituale e collettivo, di queste vittime.

Probabilmente era più facile affidarsi alla rinascita della Fenice, simbolo non solo di una ricostruzione fisica ma anche dell’inizio di una conquista di sicurezza per Venezia. Ma quei morti restano lì e, sebbene non possano rinascere, possono e debbono ricordarci che Venezia ha un disperato, persistente bisogno di sicurezza.

Non è vero che in questi decenni non sia stato fatto nulla. Figure come Alfio Pini, (per anni comandante dei Vigili del Fuoco di Venezia e poi del Triveneto, che affrontò l’emergenza dell’incendio della Fenice) hanno dato un contributo determinante nella messa a regime di una rete idrica antincendio in grado di difendere le zone più a rischio.

Ma già nel febbraio 2010, quando la Giunta Cacciari rivendicò la “realizzazione di oltre 35 km. di condotte e di 693 idranti piazzati in posti strategici della città che già coprono il 100% delle aree ad alto rischio” era chiaro un problema: “c’è sicuramente ancora da fare. Il costo per il completamento della rete idrica si aggira sui 18 milioni di euro. Speriamo che i finanziamenti di Legge speciale possano riprendere per completare, anche grazie a quelli e alle vendite patrimoniali, la messa in sicurezza della città”.

A distanza di qualche anno, proprio in questi giorni, il sindaco Brugnaro ha ribadito il concetto reclamando per Venezia i soldi necessari per la sua manutenzione: “le bricole che marciscono vanno cambiate, i rii vanno scavati altrimenti non ci passano né barchini né ambulanze, i masegni che sostengono le rive non ce la fanno più scavati dal salso…”. E poi, appunto, la necessità di risorse per procedere con “il completamento della rete degli acquedotti antincendio”.

In questi giorni si è detto che le parole del sindaco non rappresentano nulla di nuovo, se non un richiamo ulteriore rispetto a quelli già lanciati (verso Roma, invocando finanziamenti) dai suoi predecessori.

Politicamente è una precisazione corretta, malgrado rappresenti una magra consolazione. La realtà è che questo è un problema collettivo, così come deve essere collettiva la memoria di quei morti. Impegnarsi per esigere ed ottenere un conto sempre aperto per la difesa e la sicurezza di questa città è uno dei modi per avere un risarcimento collettivo di quel gigantesco dazio. E, forse, di dare un senso ad una tragedia così assurda.

  2 comments for “Venezia, 17 gennaio 1986: 30 anni fa il rogo di Coin. Il senso di un dazio gigantesco.

  1. Luciano.V
    19 gennaio 2017 alle 22:05

    i suoi predecessori avrebbero lanciato richiami a Roma? Ma su che film? Quello intitolato “mazzette a Venezia”? per favore, maggiore obiettività, grazie!

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    • 20 gennaio 2017 alle 6:52

      Salve Luciano. La richiesta di stralcio di parte dei finanziamenti per il Mose (50 milioni), da destinare alla manutenzione urbana, è stata puntualmente avanzata a Roma dall’amministrazione precedente. È a questo dato di fatto che facevo riferimento.

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