Centrosinistra Venezia. Pettenò: “PD smetta di dilaniarsi. Recuperi cultura di coalizione”.

Da laboratorio nel quale, a più riprese, si sperimentavano formule di alleanze che sono state spesso anticipatrici a livello nazionale, il centrosinistra veneziano è precipitato nell’ultimo anno in un cronico ‘tutti contro tutti’. Ora a dominare è lo schema del conflitto che si consuma a Roma, tanto all’interno del PD quanto nei rapporti con la galassia frastagliata della sinistra, e che si propaga a macchia d’olio raggiungendo anche la laguna.

Dalle trivelle alle grandi navi, dalla Legge Speciale ai flussi turistici, passando per le diatribe riguardanti i poteri da assegnare alla Città Metropolitana e per le spaccature che già compaiono all’orizzonte tra pro e contro la separazione tra Venezia e Mestre: i terreni di scontro si moltiplicano e si esasperano, sovrapponendosi alle già fisiologiche divisioni tra filogovernativi e chi Renzi proprio non lo digerisce. Correnti, gruppi, sottogruppi, tribù e frange di elettorato legato alla sinistra ma orfane di riferimenti, si muovono su un panorama balcanizzato. Dove nessuno vuole arretrare di un millimetro dalle proprie posizioni e dove nessuno è in grado di dire quali passi dalla lunga falcata fare per uscire da un guado che, dopo la vittoria di Luigi Brugnaro, si è fatto ancora più paludoso.

Eppure, c’è stato un tempo in cui Venezia inventava alleanze inedite e cuciva tra governativi e non. Un esempio su tutti: tra 1975 e 1985 il sindaco PSI, Mario Rigo, e il suo vice del PCI, Gianni Pellicani, diedero vita ad decennio di governo cittadino che se ne infischiò degli schemi nazionali. E anche dieci anni più tardi, dopo il dissolvimento della Prima Repubblica, del Pentapartito e dei due colossi DC-PCI, a Venezia non si smetteva ancora di cercare una nuova quadra tra le forze della città. Col risultato che, per anni, si è potuto assistere ad una stagione amministrativa nella quale coesistevano costellazioni politiche molto lontane: riformisti e rifondaroli, moderati cattolici e no global, Verdi e sostenitori delle grandi opere.

Pietrangelo-PettenòUno dei protagonisti di questa stagione e del cosiddetto polo rossoverde, è stato Pietrangelo Pettenò. Negli ultimi tempi ne sa qualcosa anche lui di spaccature, espulso da Rifondazione Comunista per mano di Paolo Ferrero, dopo la scelta di appoggiare la candidatura Moretti alle ultime elezioni regionali in Veneto e dopo una grottesca battaglia a colpi di serrature per il possesso della sede veneziana.

A proposito di serrature: dov’è finita la chiave per ritrovare uno straccio di unità nel centrosinistra veneziano?

“Diciamo intanto con franchezza che il centrosinistra oggi non esiste più. Non solo perché non ci sono più in campo le diverse forze che caratterizzarono quel periodo a cavallo tra anni ’90 e duemila, ma perché è venuta a mancare l’idea stessa di coalizione. Oggi il PD si è fatto esso stesso coalizione ma in un clima di perenne scontro interno, mentre fuori dal PD siamo alla polverizzazione. La sconfitta alle comunali del 2015 ha dimostrato palesemente che sicuramente a Venezia abbiamo perso la cultura politica del dialogo. Felice Casson non ha fatto lo sforzo che poteva fare di tenere assieme una coalizione e ha interpretato una battaglia quasi solitaria, in conflitto con tante parti della sua stessa alleanza e attento a non sbilanciarsi troppo con le parti che stavano più a sinistra”.

Quando inizia la stagione che vede i rossoverdi come una delle colonne portanti del governo cittadino?

“Il primo passaggio significativo avviene nel 1995 quando Massimo Cacciari, eletto due Cacciarianni prima, decide di aprire a Rifondazione Comunista e dunque ad un rapporto nuovamente più stretto con il mondo dei lavoratori, dopo quelle amministrazioni che giudico disastrose, tra fine anni ’80 e inizio anni’90. Venezia fu una delle prime grandi città a compiere questo cambio di rotta rivitalizzante. Ma il culmine di questo processo si tocca nel 2000. Al primo turno Rifondazione e Verdi corsero da soli (il candidato sindaco era Gianfranco Bettin) conquistando oltre il 16%. Avevamo raggiunto una forza significativa, nella quale la riqualificazione ecologica e produttiva di Porto Marghera rappresentava uno dei punti di raccordo e di sintesi centrali. Una forza che Paolo Costa (al 37,6% contro il 39% di Renato Brunetta al primo turno) non poteva ignorare e non ignorò…”.

Fu un accordo difficile quello con Paolo Costa?

“Fu un accordo alla luce del sole, sottoscritto da ognuno sulla base delle proprie convinzioni ma convinti tutti di poter governare anche nelle diversità. Sapevamo tutti che Costa (sostenuto in partenza da DS, prodiani, popolari, e laici dello SDI-PRI) era il sindaco del Mose e che rispetto a lui eravamo lontani anni luce. Però abbiamo accettato tutti la sfida: ancor oggi lo considero un momento felice della politica veneziana”.

Ora però non mitizziamo: non fu tutto rose e fiori…

Mose“La cultura di coalizione implica uno sforzo costante. Prendiamo appunto il Mose: ricordo estenuanti discussioni di merito, con fior fior di esperti, tecnici comunali e con lo stesso Consorzio nei confronti del quale avevamo già allora denunciato la natura a dir poco lobbistica. Alla fine si trovò la soluzione dei cosiddetti 11 punti condizionanti prima del via libera definitivo alla realizzazione dato dal Comitatone (era il 3 aprile 2003). Quell’accordo sugli 11 punti, improntati sulla tutela della salvaguardia lagunare, rappresentò un punto di sintesi, frutto dello sforzo comune. Successivamente, appunto, non fu rose e fiori perché Paolo Costa, una volta andato a Roma con quel mandato, non tenne ferma la posizione e finirono per prevalere altre forze, molto più potenti. Però resta il fatto che quello sforzo di sintesi venne compiuto”.

In quel momento però avreste potuto rovesciare il tavolo…

“Non avvenne perché sapevamo che quell’approccio di ricerca della mediazione e della sintesi tra le parti aveva già portato e avrebbe portato in seguito a risultati importanti su altri fronti. Penso in primo luogo al welfare e a tutti quei servizi di valenza sociale che hanno fatto di Venezia una città leader a livello nazionale. C’era la consapevolezza dell’importanza centrale che aveva la coesione sociale e attorno a questo punto abbiamo sempre lavorato, trovando unità di intenti anche con il mondo cattolico. La barra insomma, al netto della fatica di trovare l’equilibrio, restava ferma sulla politica: non fu una cosa di poco conto”.

Oggi invece…

“Oggi invece la tendenza è quella di dire o ‘si fa quello che dico io’ oppure non se ne fa nulla. In questo modo salta ogni idea di unione tra diversità. Dimenticando che la politica senza la mediazione non regge: devi necessariamente anche rinunciare a qualcosa di tuo, senza con questo rinunciare ai propri valori. Questo processo, a dire il vero, inizia a Venezia nel 2005 con lo scontro Casson-Cacciari. Con l’ultimo Cacciari, che vince perdendo facendosi spalleggiare dal centrodestra, si introduce un ibrido disastroso, si restaura un’idea di città conservatrice, improntata sulle lobbies, mortificando anche quel lavoro di coesione che era iniziato su Porto Marghera e sull’idea che si potessero tenere assieme le ragioni del lavoro e dell’ambiente. Da quel momento si assiste ad uno svuotamento della politica che non si è più fermato e ad un indebolimento del centrosinistra. Il resto ovviamente lo ha fatto il quadro nazionale, la frammentazione della sinistra e la mancanza di una classe dirigente in grado di governare le diversità. Col risultato che l’anno scorso ha vinto il primo demagogo che era disposto a giocarsi la partita”.

Brugnaro…

“Brugnaro ha vinto perché si è trovato di fronte all’assenza totale di una coalizione. La brugnarocampagna elettorale è stata segnata da un’aria di sopportazione reciproca, se non addirittura di rassegnazione, tra chi doveva lavorare per vincere. Con questi ingredienti, che impediscono riflessioni e confronti politici di ampio respiro, diventa impossibile costruire un’idea nuova di città. Manca un ragionamento strategico e così ogni questione cruciale per il futuro di questo territorio diventa oggetto di divisione. Al massimo si assumono orientamenti ambigui ma che non servono a tracciare un disegno complessivo”.

Dunque, qual è la chiave per uscire da questa situazione?

“Penso ci sia ancora la potenzialità di ricostruire uno spazio dove le varie anime possono stare assieme in modo costruttivo. Bisogna però ripartire dall’umiltà, anche perché mi chiedo davvero a cosa serva la conflittualità, a quale logica di difesa di potere corrisponda, visto che di potere il centrosinistra non ne gestisce più a livello cittadino. Ovviamente è dal PD che deve ripartire questo sforzo di coesione: penso che se i democratici veneziani spendessero all’esterno, nel ripristino del contatto con le forze e con i problemi della città, le energie che sprecano per dilaniarsi al loro interno, allora le cose comincerebbero a cambiare”.

E’ un auspicio o un invito?

“Nel momento della difficoltà l’intelligenza politica dice che devi aprirti. E il mio auspicio nei confronti del PD è questo. Da qualche mese a sinistra si sta provando a costruire, con Sinistra Italiana, un progetto che unifichi il più possibile quest’area politica. E dopo le elezioni dello scorso anno, non sono mancate le occasioni di incontro con chi si sente ancora di appartenere e di lavorare per rinsaldare il centrosinistra a Venezia. Peccato che dal PD, in quest’ultimo anno, non sia arrivata nemmeno l’ombra di un invito a confrontarci. L’invito dunque lo rilancio io al PD: apriamo di nuovo una fase politica che abbia come base questa idea di coalizione. Anche perché, nel frattempo, Brugnaro va avanti e non ci si può limitare a sperare che scivoli sulla classica buccia di banana. Brugnaro è certamente demagogo, spavaldo e non sta facendo sostanzialmente nulla di significativo. Però e malgrado ciò, una cosa può farla: conquistare ancora fasce popolari…”.

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