Quella tessera stracciata e gli argini che si rompono nell’opposizione PD.

“Ecco che fine ha fatto la mia tessera del PD”.

vincenziL’impatto dell’immagine di una tessera stracciata, prima sforbiciata e fatta in quattro con chirurgica precisione e poi quasi ricomposta per rendere ancora riconoscibili i segni di un’identità che si separa dalle altre, è sempre qualcosa di forte. Almeno per chi coltiva un po’ di romanticismo politico.

Un’immagine così contiene sofferenza, ribellione, passo di non ritorno, liberazione.

Sono rimasto colpito da questa fotografia che Paola Vincenzi, fino a poche settimane fa segretaria del circolo di Campalto, ha voluto pubblicare sulla sua bacheca. Perché la ritengo la spia di quanto, a Venezia come in altre parti del Paese, sta già accadendo e potrà accadere all’interno del PD. O meglio, all’interno della sinistra (o minoranza che dir si voglia) del PD.

L’argine si sta rompendo. E non è una rottura da leggere univocamente come ribellione a Renzi. Sì, certo, le spinte centrifughe dal PD sono determinate dalla svolta sempre più padronale del segretario-Premier e dal rifiuto di una parte nel sottostare a regole interne che non prevedono forme di mediazione tra posizioni diverse: con Renzi contano i numeri, non le sintesi, concepite come nemiche del fare e non come doveroso collante tra le identità che hanno dato vita al PD.

L’argine che si sta rompendo è un fenomeno che riguarda esclusivamente la minoranza del partito e che non tocca minimamente chi si trova al vertice. E’ una rottura che si trova alla base, in quella base che viene da sinistra, che nel PD aveva trovato casa nuova e che ora non si sente più a casa sua. Il problema non è di Renzi bensì di tutti quegli esponenti che da mesi e mesi gli fanno opposizione interna, cavando oggettivamente ben pochi ragni dal buco. E’ nei confronti di questi ultimi che la loro base scalpita disorientata, chiedendo quell’ossigeno politico che sentono di non respirare più in un partito a dominanza renziana e che di sinistra ormai ha ben poco.

La scissione che già rischia di compiersi è dunque tra la base e i vertici dell’opposizione, in fortissime difficoltà nel contenere il proprio bacino di consenso e di sostegno. Con l’approssimarsi del referendum costituzionale sarà sempre più difficile per queste realtà il riuscire a mettere i giusti sacchi di sabbia. Sarà infatti un’impresa riuscire a spiegare a quella base i motivi di un voto favorevole alla riforma, in una consultazione che da tempo ha assunto la valenza di un referendum Renzi SI’- Renzi NO.

Salvo una scelta di fuoriuscita anticipata dal PD, i Bersani, i Cuperlo, gli Speranza non potranno che sostenere la riforma. Ma il rischio concreto è che, così facendo, si sentiranno dire ciaone non da Ernesto Carbone ma direttamente dalle loro truppe sul territorio, ormai in buona esasperate dal clima. La coperta per l’opposizione è insomma troppo corta: rimanere nel PD opponendosi a Renzi, rispettando giocoforza le linee di governo e tenendo contemporaneamente unita la propria base, è un’operazione insostenibile.

Renzi e i suoi lo sanno e non sono casuali le provocazioni, le irrisioni, gli strappi: l’obiettivo è rompere ovunque con la sinistra, provocando lo smottamento dell’opposizione interna a partire dalle fondamenta. E quando Paola Vincenzi, ex segretaria di Campalto, scrive che “Ho resistito più che ho potuto….ora basta”, si intuisce che l’operazione potrebbe funzionare alla perfezione.

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