Giustizia e politica. Amadori: “Nel dopo-Mose il silenzio, nelle polemiche le urla sterili”.

“L’inchiesta sul Mose poteva andare più a fondo e provocare una scossa positiva nella società. Il dibattito invece non è andato oltre il livello giudiziario. La politica, la società civile, non si è interrogata: dopo il polverone, tanto a Venezia quanto in Veneto, tutto è passato nel silenzio totale. Certo, in città si è assistito ad un ribaltone politico, i cittadini hanno premiato qualcosa di nuovo: ma anche quel passaggio di consegne non è stato accompagnato da alcuna elaborazione comune, profonda, su quanto è accaduto e soprattutto sul fatto che per decenni un’azienda privata si sia comprata il consenso della città, elargendo fondi pubblici”.

AmadoriScandali, inchieste, processi, corridoi e aule di giustizia: il taccuino di Gianluca Amadori, firma de Il Gazzettino e presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, è aperto da ormai 25 anni. Conserva le tracce di un ciclo che inizia dai tempi della prima tangentopoli veneta, quella che mise in archivio la lunga stagione del potere locale democristiano con il coinvolgimento di Carlo Bernini e del suo successore alla guida della Regione, Gianfranco Cremonese. E che arriva fino ai giorni nostri, quelli di un processo Mose che è in pieno svolgimento, malgrado molti dei protagonisti dello scandalo siano già usciti di scena scegliendo la via del patteggiamento e malgrado l’indignazione pubblica abbia lasciato spazio al silenzio più che alla riflessione.

Quelli che si sviluppano attorno alla giustizia sono meccanismi ad alta complessità: l’ingranaggio tra magistratura-politica-informazione-opinione pubblica è tanto capace di provocare spostamenti d’aria e terremoti quanto di far cadere in catalessi un intero Paese. Sono cicli e ricicli, esplosioni e blackout, che un giornalista di punta delle cronache giudiziarie ha la possibilità di registrare da un punto di osservazione strategico.

Proprio in queste settimane, oltre a nuovi scandali, è ripreso il ciclo delle polemiche tra politica e magistratura con lo scontro tra il Premier Matteo Renzi e il presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo…

“La situazione che stiamo vivendo in italia è preoccupante. A differenza dei Paesi nordici che hanno un forte senso dello Stato, si fa troppo poco contro la corruzione e l’evasione fiscale. Addirittura, su quest’ultimo fronte, la normativa più recente ha alzato le soglie di non punibilità. Di fronte ad azioni come queste la magistratura ha pieno diritto di intervenire con critiche e suggerimenti. D’altro canto assistiamo ad un’enorme contraddizione: la politica che polemizza con i giudici è la stessa che non ha saputo affrontare e risolvere tutta una serie di questioni delicatissime e che delega la magistratura a prendere le decisioni. Penso innanzitutto al fine vita e ai diritti civili. Si aspetta spesso e volentieri che sia il magistrato a decidere, per giunta in un quadro normativo non chiaro. Il punto è che la politica ha perso autorevolezza e cerca di riconquistare terreno attaccando, ma tante volte non a ragion veduta. Nel confronto tra Davigo e Renzi sicuramente il primo ha affondato i colpi in maniera dura ma non ci si può dimenticare di quel ‘Brrrr….che paura’ provocatorio che il Premier ha pronunciato nei confronti dei magistrati. C’è stata un’esagerazione dei toni da ambo le parti. Non credo alla tesi di chi dice che Davigo, dopo le polemiche, si sia ritrovato isolato. Sono certo invece che vi sia da gran parte della magistratura la volontà di affrontare i nodi della giustizia lasciando da parte le urla sterili. Analogamente apprezzo l’atteggiamento pacato del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, uno dei pochi che ha il merito di tenere il dibattito sui problemi e con un approccio più tecnico che politico”.

Quali sono i problemi più pressanti da affrontare?

“Partiamo da un presupposto che è croce e delizia della giustizia italiana: abbiamo un sistema di garanzie che è raffinatissimo. Cosa fondamentale ma al tempo stesso problematica. Possiamo pensare che possa reggere un sistema che prevede sempre e comunque tre gradi di giudizio, anche quando il nodo del contendere processuale è una banale ingiuria? E’ chiaro che questo provoca intasamenti, litigiosità, lentezza e, in molti casi, l’impossibilità di arrivare alla chiusura dei processi”.

E qui si inserisce il nodo legato alle prescrizioni…

“L’attuale sistema ha come effetto che molto del lavoro svolto da forze dell’ordine e Procure è da buttare. Inoltre spinge gli indagati a tirarla alla lunga, ad andare a dibattimento nella speranza-certezza che tutto venga cancellato. Faccio un esempio: molti dei reati ambientali, spesso gravissimi, si prescrivono in 5 anni e non c’è quasi mai il tempo di perseguire i responsabili che creano danni enormi. Di fronte a questo stato di cose, la classe politica, non di rado compromessa, fa poco o nulla di concreto per impedire che passi e domini l’idea di un’impunità generale. Al tempo stesso però, altra contraddizione macroscopica, c’è una buona fetta di politica che scende in piazza indignata, a fianco dei cittadini indignati, contro i delinquenti impuniti”.

Un modo furbo dunque per recuperare autorevolezza, sfruttando l’indignazione e alimentando paradossalmente l’anima forcaiola…

“Anche qui urla sterili. La politica che cavalca la rabbia giustizialista impedisce alle persone di acquisire una sensibilità ed una conoscenza piena dei problemi e delle dinamiche della giustizia. Col risultato che i cittadini prendono coscienza delle cose solo quando vi si trovano direttamente coinvolti. In questo modo ci si ferma alla superficie, alla richiesta di giustizia sommaria, fino a quando magari, drammaticamente, non ci si ritrova d’improvviso a passare dalla parte dei ‘cattivi’, come potrà succedere ad esempio con il reato di omicidio stradale che prevede pene fino a 15 anni. Mi chiedo a cosa potrà portare anche il fomentare la rabbia discriminatoria: quando finirà in carcere per omicidio stradale il figlio di qualche persona importante, la riprovazione sarà la medesima di quella che si registra puntualmente nei confronti degli extracomunitari? Per non parlare della sicurezza: non è tollerabile che chi ricopre cariche pubbliche alimenti campagne di terrore che disegnano qualsiasi città come un sobborgo di San Paolo del Brasile. Anche questo diventa insomma elemento distorsivo, schizofrenico, nel modo di affrontare la giustizia”.

Anche il giornalismo ha però delle forti responsabilità…

“I giornalisti hanno il compito di spiegare le cose e di aiutare a capire cosa poter cambiare. Spesso invece il giornalismo alimenta il qualunquismo del ‘tutto fa schifo’. Dare voce a chi contesta, a chi esprime paure e preoccupazioni è cosa doverosa, ma altrettanto doveroso è affiancare elementi che siano il più possibile oggettivi, statistici, di ogni realtà contro cui si punta l’indice. Non bisognerebbe limitarsi a mettere a disposizione un microfono: è necessario contestualizzare le notizie, fornire spiegazioni, non solo slogan”.

Allora, tanto per metterci tutti in discussione, anche lo scandalismo fatto dal giornalismo sugli scandali della politica, è una patologia da curare?

“Penso alle intercettazioni: da parte della magistratura c’è molta attenzione nel togliere dagli atti di custodia faccende private che non siano rilevanti ai fini giudiziari. Quando però ciò non accade il giornalismo sfoga la tendenza a mettere in vetrina le cose più pruriginose: anche questo non è un buon servizio”.

Torniamo all’inizio e al caso Mose. Da poche ore l’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, è stato dichiarato decaduto da parlamentare. E se è vero che la vicenda Mose è piombata nel silenzio e nell’assenza di riflessioni è anche vero che i megafoni delle urla forcaiole sono al massimo volume…

“Sì, in tutto questo c’è molta ipocrisia. Galan era criticato da pochissima gente quando era in sella al potere. Questo fa parte della cultura tipica di un Paese nel quale si sale con facilità sul carro del vincitore e si scende con altrettanta disinvoltura di fronte alla mala parata. Anche in questo caso penso che il mondo dell’informazione, oltre a dedicarsi a chi decade, dovrebbe fare molto di più concentrando attenzione costante, in tempo reale, su chi detiene il potere politico. Purtroppo le forze a disposizione sono quelle che sono, anzi si ritrovano in condizioni sempre peggiori. Con la crisi delle testate e di risorse, ci sarà sempre meno spazio per svolgere un giornalismo d’attenzione e di inchiesta sul potere politico. Gli editori hanno in testa tutto tranne l’idea del giornalista come cane da guardia nei confronti del potere. Ma ciò non significa che ci si debba arrendere al giornalismo ‘delle cretinate’ che ad esempio sul web vanno alla grande. E’ doveroso invece proteggere la qualità, anche nella consapevolezza che tutto questo possa tradursi in un servizio destinato a rimanere di nicchia, destinato a quei pochi che hanno voglia di andare oltre la superficie. Arrendersi significherebbe spegnere voci e favorire quei silenzi che calano puntuali dopo tanto urlare”.

  3 comments for “Giustizia e politica. Amadori: “Nel dopo-Mose il silenzio, nelle polemiche le urla sterili”.

  1. 1 maggio 2016 alle 12:57

    ..dentro di me sento più urgente confrontarci sulla futura sistemazione idro-geologica del nostro territorio e della portualità veneta, due difficili eredità da gestire dopo le scelte discutibili sia della Serenissima che dei suoi dogi post-serenissima, piuttosto che divertirsi nell’attribuzione di meriti e demeriti altrui… Le inchieste giudiziarie fanno dimenticare a tutti che siamo senza un progetto sostenibile per il futuro nostro e dei nostri figli…. fanno dimenticare che dogmi come l’indivisibilità della laguna sono cancri che vanno eliminati per non farci del male credendo di farci del bene come i savi alle acque di un tempo che per salvare la laguna dall’interrimento hanno dato vita ad una situazione in cui ora non riusciamo a salvarci dall’allagamento…. lo dico da arrabbiato anche perchè una mia visione della portualità e dell’idrologia venete non riesce neppure ad emergere come idea discutibile…. (non riesco qui ad incollarla)

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    • 1 maggio 2016 alle 14:32

      Caro Tito. Non sono le inchieste che fanno dimenticare le emergenze e le priorità. In laguna, per decenni, c’è stato un sistema che ha esso stesso impedito una gestione sana e trasparente. Nel corso di tutto quel tempo non c’è stata alcuna inchiesta che, come lei sostiene, potesse far dimenticare i problemi. Eppure, come lei conferma visto che ne sollecita la soluzione, nessuno di quei problemi sono stati affrontati e risolti.

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