Friuli, 40 anni fa il terremoto: l’efficienza di una gente. E di uno Stato finito in macerie.

“La mattina dopo ero già un angelo. Uno di quegli angeli ventenni che dopo aver cercato di capire per tutta la notte, con l’aiuto di qualche radioamatore, cosa fosse successo, partirono per Gemona e Venzone. Dal mio paese, nella bassa friulana, partimmo in dieci per andare a scavare a mani nude. Recuperando vivi e morti, spostando travi e macerie”.

Dalla morte alla resurrezione, dalla distruzione alla ricostruzione, dalla caduta alla forza di rimettersi in piedi. Raccogliere il ricordo di Pier Paolo Gratton, giornalista e oggi memoria storica dell’ANSA del Friuli-Venezia Giulia, è come tracciare linee rette, senza interruzioni. Perché, a differenza di altre tragedie nazionali che si sono lasciate alle spalle il buio eterno di misteri, incompetenze, disonestà, ingiustizie e abbandoni, in Friuli le lancette hanno continuato a scorrere. Anche dopo le 21 di quel giovedì 6 maggio 1976, l’istante di un’apocalisse accaduta esattamente 40 anni fa.

friuli 76

Foto di Stefano Giantin (da Creative Commons)

Il terremoto in Friuli è stato il buio di una notte che ha sepolto 989 persone e distrutto 18 mila case, seguito da una mattina che è stata la prima di altri 4.000 giorni: il tempo di una ricostruzione, di un ritorno al “dov’era e com’era” che è durato circa una dozzina d’anni.

Al netto del dolore che non si può rimuovere, perché questa è stata probabilmente la pagina di più grande efficienza e speranza della nostra storia repubblicana? Fu solo merito della gente friulana o ci fu dell’altro?

“Ci fu un’azione collettiva. Fin dalle prime ore dopo la catastrofe – ricorda Gratton – lo Stato diede segnali chiari della propria presenza. Già il 7 maggio arrivò a Campoformido Giuseppe Zamberletti, immediatamente nominato Commissario straordinario da Aldo Moro, allora Presidente del Consiglio. Il 9 maggio arrivò Moro in persona che si rivolse alla Regione e agli amministratori locali annunciando che il governo era disposto a riconoscere, sotto il coordinamento di Zamberletti, piena autonomia di decisione nella gestione dei soccorsi e della ricostruzione”.

E cosa accadde?

“Ma siete in grado?” chiese Moro: la risposta fu sì e da quel momento si innescò un meccanismo che divenne modello di efficienza e che vide i sindaci protagonisti, assieme ai Vigili del Fuoco e agli alpini della Julia. Di fatto, in Friuli nacque il primo nucleo di quella che poi divenne la Protezione civile a livello nazionale. E se è vero che il Friuli-Venezia Giulia era Regione autonoma già dal 1963, in realtà l’esperienza maturata era su ambiti come il turismo, l’industria e l’agricoltura, ben lontani da quelli che il terremoto implicava. La delega sulla gestione economica fu in questo senso un fatto straordinario”.

Proprio in questi giorni Zamberletti, oltre a ricordare “la grande tenacia, la grande serietà del popolo friulano”, non ha mancato di sottolineare che “il sisma si era verificato durante la campagna elettorale per le elezioni politiche. E i friulani furono costretti a votare sotto le tende. Ma ci fu una collaborazione incredibile da parte dei partiti: non avvenne la strumentalizzazione che si poteva immaginare. Il senso di responsabilità aveva contagiato tutti e anche la politica nazionale si adeguò. Ero stupito. Oggi forse le cose sono un po’ diverse”…

“Zamberletti fu ben voluto da tutti i sindaci, ma anche con il presidente della Regione, Antonio Comelli, malgrado avessero due caratteri diversi, si creò una forte intesa. Oggi invece quelli che vengono da Roma vengono visti come impostori. Sostanzialmente tutti si fidarono reciprocamente e questo fu il collante che resse nei momenti più difficili”.

Il momento più difficile fu quello della seconda ondata di scosse, a metà settembre, quando si completò definitivamente l’opera distruttiva del terremoto…

“Stato e Regione presero la decisione non semplice di trasferire nelle località di mare, lontano dalle zone dell’epicentro, le famiglie. Contemporaneamente venne consentito, a chi lavorava nelle fabbriche che non vennero distrutte, di rimanere in zona: Zamberletti requisì le case di villeggiatura e migliaia di roulotte non utilizzate in tutta Italia, che poi furono regolarmente restituite, in condizioni perfette. Questa operazione consentì di ripartire dal lavoro, dalle fabbriche, dall’economia. Poi, man mano, vennero ricostruite le case e cominciarono i ricongiungimenti”.

Esattamente il contrario di quanto, in modo propagandistico, è stato fatto o promesso altrove…

“Sì, basti pensare all’Aquila, alla new town che crolla e a tanta gente che è ancora ancora lì nelle baraccopoli. E’ una questione di moralità. 40 anni fa nessun sindaco, amministratore o politico finì in galera. Eppure la ricostruzione è costata 13 miliardi di euro: tra stanziamenti nazionali, aiuti da Paesi europei, Usa, Canada e Argentina, dove è forte la presenza di immigrati friulani, e grandi donazioni di personaggi come Rockfeller, i soldi che giravano erano tanti”.

Il modello ‘Friuli’ fu riproposto altrove, dopo il terremoto del ’76?

“Il paradigma friulano non fu mai più adottato in altre catastrofi, dall’Irpinia all’Emilia. Oltre all’aspetto morale, oggi c’è in generale una classe politica meno preparata, c’è tanta improvvisazione e sempre meno fiducia nei confronti della politica centrale. Con queste condizioni è inimmaginabile che oggi possa ripetersi quel modello di efficienza”.

La sensazione, dopo 40 anni, è che sotto le macerie ci sia finito lo Stato. E che una vera ricostruzione dovrebbe ripartire anche guardando a quanto accadde in Friuli.

 

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P.S. – Il mio, piccolo piccolo, ricordo personale.

Io, il 6 maggio 1976, avevo 7 anni e vivevo a Venezia.
 Alle nove di sera stavo a letto con mio padre, guardando la tv. Improvvisamente il monitor va in tilt: pallini bianchi e neri si rincorrono impazziti. I vetri delle finestre vibrano, salta la luce, arriva il buio pesto. Casa mia era a due piani. Mio padre, non so ancora oggi come abbia fatto, mi afferra dal letto, sorvola le scale e in due secondi atterra, con me in braccio, al piano di sotto. Forse il suo miglior colpo da judoka cintura nera. Scappiamo di casa e ci catapultiamo in calle lunga San Barnaba. Mia madre, che era già al piano di sotto, si dimentica mia sorella in cucina e rientra per riprenderla: ancora oggi la vive con senso di colpa e non sa come sia potuto accadere. A due passi dall’ospedale geriatrico Giustinian, mettiamo piede in una Venezia popolata da personaggi in stato catatonico. Unica eccezione, un uomo in mutande e canottiera che scappa di corsa verso l’ignoto. Ci passa davanti, ridiamo tremando, vaghiamo a vuoto. In Campo Santa Margherita si crea una movida di sedie portate fuori di casa e messe davanti agli usci. Si torna al filò: decine e decine di persone dalle gambe molli si siedono l’una accanto all’altra e si raccontano. Nessuno sa ancora cosa sia successo esattamente. Mio padre è inquieto. Vaghiamo: ai Giardini della Biennale cresce una tendopoli di gente che per intere notti dormirà fuori casa. Nessuno può sapere se, come e quando verremo ancora sorpresi. Magari a letto, nel sonno. Accadrà di nuovo a metà settembre, ma di giorno. Ma per settimane, di notte, mio padre terrà sul comodino una torcia a pile, puntandola ogni 10 minuti sul lampadario e sfibrando pure mia madre. “Giuliana…. Me par che el trema…”. “Dormi Franco, dormi…”.

Ho vissuto un millesimo dello sconquasso del terremoto del Friuli.
Spesso mi chiedo cosa dev’esser stato l’averlo sotto i piedi.

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