2 giugno. Maria Giorgina, ragazza veneziana del ‘46: “Il mio primo voto? Mi tremavano le gambe”

“Quel giorno sono andata a votare con mio marito Sergio, vestiti da festa. Eravamo appena sposati e con lui, che era socialista e partigiano, non si parlava di nient’altro che non fosse politica: era contento che votassi anch’io. Mi ricordo che il nostro seggio era alle scuole magistrali, vicino a Barbaria de le Tole. E quando sono entrata mi tremavano le gambe e le mani perché con quel mio voto…. voevo cavarme ea sodisfasion de no veder più monarchici, che stava co i preti, in giro par Venessia. E quando me sorea, quea sposada co un triestìn, me ga dito che gaveva votà par ea monarchia, ea go mandada a remengo. Da quel giorno so sempre andada a votar e sempre co un bel vestito rosso in dosso…”.

Maria Giorgina OngaratoMaria Giorgina Ongarato è una ragazza veneziana del ‘46. Ovvero una di quelle prime donne italiane che il 2 giugno di 70 anni fa presero in mano un diritto di voto universale che fino a quel momento era loro negato e lo infilarono nell’urna, decidendo che il futuro dell’Italia dovesse essere la Repubblica e non la Monarchia.

Il vezzo di vestirsi a festa lo porta in giro per la città anche nei giorni in cui non si vota. Incontrarla di persona, per ricordare quei momenti di partecipazione, produce una sensazione mista. Classe 1923, sembra una di quelle signore in procinto di fare il suo ingresso all’Ippodromo di Ascot: molto british, molto royal.
Anche la voce è di quelle raffinate. Ma quando parla di Monarchia, di fascisti, di aneddoti che girano attorno a quel referendum, Maria Giorgina non va tanto per il sottile. Italiano e veneziano si alternano, l’orgoglio popolare viene fuori con tutta la sua nobiltà priva di fronzoli.

Il cuore dei suoi ricordi coincide con il cuore più popolare di Venezia: il sestiere di Castello e Via Garibaldi: “Mi ricordo che prima di andare a votare mi sono girata a guardare verso la zona di Sant’Elena, perché lì stava la maggioranza dei monarchici, quelli che si erano fatti aiutare dai fascisti, soprattutto per ottenere una casa. Via Garibaldi invece è sempre stata rossa: insomma, ho lanciato uno sguardo di sfida e so andada a votar”.

Pane, politica e sinistra: l’incontro tra Maria Giorgina e Sergio Proietto ha dato vita negli Maria Giorgina e Sergio Proiettoanni ad una “famiglia abituata a sedersi a tavola e a parlare di politica”. Lui, oltre che partigiano, è stato animatore delle lotte degli operai dell’Arsenale, consigliere comunale del PSI tra gli anni ’50 e ‘60 e successivamente fondatore a Venezia del nuovo PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), rappresentando di fatto l’ala socialista che era più vicina al Partito Comunista. Anche il figlio Claudio, storico titolare del ristorante ‘Corte Sconta’, è stato a lungo militante di Rifondazione Comunista: ai suoi funerali, nel 2008, non volle mancare l’allora Presidente della Camera, Fausto Bertinotti. E Massimo Cacciari non esitò a parlare di ‘ricordi, momenti di vicinanza e di lontananza che nel concreto reciproco rispetto e amore mi legano a lui’.

Passioni tumultuose di una famiglia di sinistra che rispecchia i tumulti della stessa sinistra: anche Claudia, la figlia più giovane, è iscritta all’Anpi, partecipa costantemente alle battaglie contro le grandi navi, ma, accompagnando la mamma nel percorso dei ricordi, non nasconde oggi il proprio disorientamento nel misurarsi con quanto sta accadendo a sinistra. E conferma: “in famiglia siamo sempre stati abituati a farci domande, a discutere e a battagliare”.

Tumulti e discussioni che proprio in quei giorni di campagna referendaria ‘Repubblica o Monarchia?’ non mancarono di certo. E mentre “Sergio saliva persino sui campanili per attaccare gli striscioni con scritto VOTA REPUBBLICA”, Maria Giorgina partecipava ai dibattiti: “La Chiesa – dice – pensava e cercava di convincere le fasce più popolari a votare per la Monarchia. E in più, con la novità del voto alle donne, le ritenevano a maggior ragione quelle più deboli e più manovrabili. Una volta è successo che le suore di Maria Ausiliatrice, a San Gioacchin, hanno invitato un gruppo di sole donne a discutere sul referendum. Ad un certo punto è intervenuta una, che sapevamo essere una ex fascista, che ha detto: ‘state attente perché i comunisti mangiano le mani ai bambini!’.

E cosa successe?

“El finimondo. Le mogli degli arsenalotti (gli operai dell’Arsenale) cominciarono ad protestare finché non riuscirono a farla scappare dalla sala. Poi però, non contente, la rincorsero pure per strada. E furono soddisfatte solo quando se ne tornarono indietro con in mano le mutande della malcapitata”.

I comunisti non mangiavano i bambini, però da quelle parti c’erano molti mangiapreti e mangiasuore…..

“Ma no… I frati, ad esempio, i gera diversi…. Quelli di San Francesco della Vigna, durante l’occupazione, stavano con i partigiani: davano la possibilità di nascondersi e io stessa spesso facevo la spola con i frati, tenendo vivi i contatti in caso di bisogno”.

E lei? In quegli anni è mai stata in pericolo?

“Una volta sì, eccome. Par colpa de un’oliva”.

Ovvero?

“Io sono nata in Salizada San Lio. La mia famiglia gestiva lì un ristorante, inevitabilmente frequentato anche da ufficiali e da gente arruolata dai fascisti. Un giorno è entrato uno di questi chiedendo un’oliva. Io gliel’ho data chiedendo 50 schei. Lui mi rispose che con quei soldi se ne comprava un etto di olive, e io gli dissi che poteva tranquillamente andare a comprarsele altrove. All’improvviso lui reagì puntandomi il mitra sulla pancia: intervenne la mia matrigna dicendo al fascista che gero giovane e no savevo queo che disevo. La cosa finì lì, però con quel voto al referendum mi sono presa la mia soddisfazione perché davvero desideravo che quella gentaglia la facesse finita e arrivasse la democrazia e la libertà”.

E’ sempre andata a votare dopo quel 2 giugno 1946?

“Sì. Non solo: ad ogni campagna elettorale il mio giardino di casa è stato per decenni un luogo di discussione. Le altre donne mi chiedevano di spiegare loro i motivi del voto e io spiegavo. Facendo propaganda, ovviamente. La cosa particolare e bella è che erano riunioni tra sole donne, comprese le amiche di mia figlia”.

Emancipazione politica al femminile…

“Per anni sono stata sostenitrice e ho diffuso ‘Noi Donne’, la rivista storica dei movimenti femminili. E ho avuto modo di capire che le conquiste delle donne sono state ottenute solo grazie alle donne che hanno avuto la forza di liberarsi da sole, aprendo gli occhi. Certamente non basta mai perché per difendere i propri diritti e la dignità non bisogna mai smettere di lottare. Il voto è uno strumento di democrazia e di battaglia. La parola astensione mi provoca sofferenza. Capisco che viviamo senza fiducia, nei confronti della politica e anche in generale nella società. Ma non votare è come tacere. Io voterei anche a piedi scalzi e di notte: sempre col vestito rosso…”.

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