Nel PD il fronte del NO rompe gli argini. Zoggia: “Servirà a tutto il partito, per recuperare le forze perdute”.

A 30 giorni esatti dal voto del 4 dicembre gli argini all’interno del PD si sono definitivamente rotti. I richiami dirigenziali alla disciplina di partito e alla fedeltà nei confronti del governo, gli ordini di servizio per una campagna referendaria da organizzarsi esclusivamente sotto le insegne del SI’, naufragano ora sotto la tracimazione dei dem che hanno deciso di dire NO. E di dirlo apertamente, in maniera organizzata, dopo lunghi mesi di mare agitato che però mai aveva violato la diga di contenimento.

A Firenze intanto, 50 anni dopo quel 4 novembre di alluvione e distruzione, Renzi e i renziani riaprono le porte della Leopolda. E c’è chi si esercita a mettere sacchi di sabbia mescolati con l’insulto: “Bersani è un uomo squallido, privo di principi, intimamente vigliacco”, twitta e posta Fabrizio Rondolino. Non saranno giorni facili. Oltre a quella delle divisioni tra SI’ e NO, c’è il rischio che si aggiunga l’onda incontrollata dell’odio, carica di accuse di tradimento, di voglia di rivincita, di sete di epurazione magari tra ‘fratelli’ di lunga data.

Gli argini che si rompono hanno soprattutto il volto di Pierluigi Bersani, atteso in Sicilia da un’ouverture di appuntamenti che ha il sapore della carica per un giro d’Italia che durerà tutto il mese di NOvembre. 
Ma, in giro per l’Italia, hanno anche il volto del pugliese Michele Emiliano, di iscritti ed elettori PD della rossa Umbria, zampilli grandi e piccoli, fuoriusciti in anticipo rispetto alle ore correnti.
 E gli argini che si rompono hanno il volto di Flavio Zanonato, ex sindaco di Padova e parlamentare europeo. La sua esternazione a favore del NO, pronunciata nel ponte di Ognissanti, sta provocando nella città del Santo (dove ieri Renzi ha riunito la folla dei fedeli veneti: oltre 2.000 persone) uno spostamento d’acque che definire biblico è eresia. Ma che comunque si è portato dietro oltre 130 adesioni pubbliche, tra iscritti e vicinissimi al PD. Non solo: la ‘raccolta firme’ di chi ha voglia di pronunciarsi urbi et orbi contro la riforma costituzionale sta girando per le varie realtà del PD veneto e il torrente del NO potrebbe ulteriormente ingrossarsi. Impossibile non definirlo come un fatto politico.

Nel frattempo il 4 novembre veneziano, visto nel parallellismo con le tracimazioni politiche, annuncia che questo territorio diventerà per un mese platea assai frequentata dai sostenitori del NO. Con appuntamenti già fissati tra Venezia, Mestre, San Donà e Salzano, che vedranno approdare Bersani, D’Alema, Civati, Emiliano, Tocci, Bianca Berlinguer, oltre a Casson e Zoggia.

davide-zoggia

Davide Zoggia, deputato dem eletto nel 2013 come capolista nella circoscrizione Veneto 1 (Padova, Rovigo, Vicenza e Verona) è un fiume in piena già da tempo. Il suo ‘rompete gli argini’ se lo è preso quando tutti gli incerti si barcamenavano. Un noista della primissima ora.

Dunque, l’ora del NO è scoccata ufficialmente, dentro e attorno al PD…

“Al di là di chi ha la tessera, fetta peraltro sempre più ristretta e nel pieno di un preoccupante calo verticale, c’è un mondo che non si è più iscritto e che oggi, di fronte a questo passaggio costituzionale, non è più disposto a tornare sui propri passi. Aggiungiamoci il Jobs Act e la riforma della scuola che, per ammissione dello stesso Renzi, non solo non è andata come si pensava ma ha creato forti arrabbiature. Chiediamoci poi perché una forza di centrosinistra debba fare sperimentazioni genetiche su categorie che sono riferimento del nostro mondo, e sommiamo il tutto…”

Il risultato, covato dunque da tempo, è il NO al referendum. Quanto vale questa somma in termini numerici?

“Penso che si oscilli attorno al 25% dell’elettorato che, bene o male, gravita ancora attorno al PD. Ma il punto non è questo: sarebbe invece conveniente che scoccasse l’ora dello sforzo di capire perché ci sono tante persone, iscritte e non, che la pensano in modo diverso da chi guida il governo e il partito. Sarebbe il momento di affrontare la questione sul come fare per recuperarle davvero”.

Come fare?

“Ritengo che si potrebbero fare meglio alcune azioni di governo. Sabato, alla manifestazione di Roma in piazza del Popolo, mi attendevo ad esempio parole forti per il lavoro, per i giovani, per l’eliminazione dei voucher. E poi Renzi deve comprendere che è arrivata l’ora di separare il doppio ruolo di Premier e segretario. Deve a mio avviso trovare una figura che ricostruisca un partito che oggi non c’è. C’è invece il rischio che tutto si riduca ad un cerchio, mentre fuori c’è un mondo largo, anche civico, che potrebbe essere disposto ad essere coinvolto”.

Malgrado ciò, la campagna organizzata delle truppe dem del NO appare come operazione di spaccatura e non di ricomposizione o ampiamento del PD. Siete traditori?

“Non credo sia possibile parlare di tradimento. Chi, come me, è stato eletto nel 2013, è arrivato in parlamento con un programma ben preciso, nel quale c’era la possibilità di un cambiamento della Costituzione mantenendo però ben salde le radici della democrazia. Questa riforma invece zoppica. Quando, come minoranza, l’abbiamo votata, abbiamo contemporaneamente chiesto che la legge elettorale avesse caratteristiche di un certo tipo. Ricordo che sull’Italicum non abbiamo votato né la fiducia né la legge elettorale. E non si può inoltre parlare di tradimento se pensiamo che oggi ci sono molte figure, da Napolitano a Scalfari, a pezzi della stessa maggioranza PD che stanno chiedendo di cambiare la legge. Non siamo dunque isolati”.

Però sventolate lo spauracchio dittatoriale o autoritario…

“Me ne guardo bene dal parlare di svolta autoritaria attuata da Renzi. Resta però il fatto che la riforma può costituire un’arma pericolosa se messa nelle mani di chi, un giorno, avesse l’intenzione di introdurre una torsione plebiscitaria. Se si voleva riformare in direzione di una Repubblica presidenziale allora la modifica doveva essere costruita in maniera diversa. A me non interessa avere il ‘sindaco d’Italia’: certo, va garantita la governabilità ma è falso dire che la riforma e l’Italicum non siano connessi. Ci sarà un’unica camera che darà la fiducia e approverà le leggi, che determinerà la forma di governo. Con l’Italicum non si deciderà solo il governo del Paese ma anche la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica attraverso maggioranze, facilmente risicate, che potranno prendersi tutto. E’ una cosa inaccettabile per chi si dichiara appartenente al centrosinistra. L’Italicum Renzi lo vuole cambiare a parole. E anche il tentativo di Gianni Cuperlo non mi pare abbia prodotto risultati: sabato scorso a Roma abbiamo visto i selfie ma poi, dal palco, sono state pronunciate parole molto dure da Renzi nei confronti di chi non la pensa come lui. Io mi sento perfettamente coerente e in linea, però non mi permetto di bollare chi non la pensa come me. Si assiste invece spesso ad una caccia alle streghe singolare, fatta nei confronti di chi si dichiara per il NO, peraltro alla luce del sole”.

Temete a questo punto che questa caccia prenda la forma della cacciata delle streghe?

“I richiami all’ordine dal partito mi sembrano fuori luogo. Ricordo come negli anni scorsi non siano mancati gli ‘sgarbi’ fatti a chi guidava il partito. Quando nell’aprile 2013 si trattò di eleggere il Presidente della Repubblica, ricordo che, di fronte alla candidatura di Franco Marini, Renzi propose Sergio Chiamparino. Non ho timore di provvedimenti che peraltro investirebbero un’intera area politica. Non credo sia convenienza del partito”.

Assieme al NO tracima tuttavia anche la voglia di vendicarsi nei confronti di Renzi…

“Nessuno vuole mettere in crisi Matteo Renzi. Se viene bocciata la riforma non viene bocciato il governo. Se Renzi ci mette il petto non è un problema che posso gestire io od altri. Rimango infatti abbastanza esterrefatto nel vedere che nel mese in cui dovremmo approvare la Legge di Stabilità, il Premier e i ministri si stiano prodigando in giro per l’Italia a fare campagna referendaria. Detto ciò, non nascondo l’apprezzamento per l’azione positiva del governo nell’emergenza terremoto”.

Indipendentemente dall’esito del referendum, la base bersaniana ha comunque perso pezzi in questi mesi segnati anche dai tentennamenti. Colpa di una linea dallo scarso appeal?

“Una certa scomposizione è fisiologica. C’è chi da un lato fa fatica a parlare esprimendo posizioni di dissenso dal partito. E c’è poi il posizionamento verso chi comanda, parlo di alcuni pezzi del gruppo dirigente. Scelte di sopravvivenza o di opportunismo, fatte magari da chi sparava contro Renzi fino all’altro giorno. Personalmente trovo che sia tutto legittimo e che le forzature reciproche per convincere a rientrare nei ranghi non abbiano senso. La cosa fondamentale è invece il rispetto reciproco: non bisogna mai dimenticare che dopo il 4 dicembre ci sarà il 5…”.

Il NO al referendum diventa anche una scelta identitaria?

“Penso che il referendum sia utile per ricostruire una base che, come a Venezia, ha nel proprio Dna un approccio segnato dalle battaglie storiche condotte dal centrosinistra. Non a caso gli esponenti di punta che ho voluto coinvolgere vengono sempre molto volentieri da queste parti. Insomma, attraverso il referendum e i temi costituzionali, c’è l’occasione per ripristinare un collante che negli ultimi tempi è andato perduto. Questo potrà essere di beneficio, a sua volta, per il PD, tanto a livello nazionale che sui territori”.

Se vincerà il SI’ ci sarà l’uscita di Zoggia dal PD?

“Non ne ho l’intenzione. Certo, bisogna essere in due e bisogna che il PD ritrovi le ragioni che stanno alle radici della sua nascita. Se il PD diventerà qualcosa che assomiglia all’alleanza con Verdini, ci si può anche pensare all’uscita. Ma bisogna combattere perché ciò non avvenga. Dopo il 4, c’è il 5 dicembre…”.

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