Il PD non è più una comunità. Serve un’alleanza tra le forze del SI’. | Intervista a Marco Stradiotto.

 

“Non sono tra chi sostiene che il 40% del SI’ al referendum costituzionale corrisponda in toto ad un patrimonio di consenso: ogni consultazione fa storia a sé e la fluidità del voto non può essere ignorata. Però non ho dubbi sulla prospettiva da inseguire: ovvero quella di creare, con una legge elettorale che probabilmente non sarà tanto maggioritaria, una grande coalizione tra le forze del SI’. Anche se la base elettorale dalla quale ripartire fosse il 30%, questa base non può inquinarsi con chi ha votato per il NO”.stradiotto

All’indomani del risultato referendario, è il dem veneto Marco Stradiotto a tracciare in modo netto i confini della prossima geografia politica a trazione PD. Dall’osservatorio di un uomo che rivendica il suo “percorso lineare: DC, Ppi, Margherita, Ulivo, PD” e la sua anima essenzialmente prodiana (oltre che deputato e senatore, è stato sottosegretario allo Sviluppo economico nel secondo governo guidato dal Professore) Stradiotto non cede alle letture di pancia, condite di rabbia, smania di rilancio e allergia all’autocritica, prodotte in queste ore post-sconfitta dal fronte renziano. Ma al tempo stesso è molto secco nel tirare le somme di quanto è accaduto e nell’individuare quanto potrà-dovrà accadere. A partire dal PD.

Non vuole mai pronunciare la parola ‘scissione’. Ma “date le condizioni, credo non ci siano alternative ad un progetto che includa solo le forze del SI’. Il PD ormai non è più una comunità. Personalmente sono arrabbiato con la parte dirigente del mio partito che non ha capito che il problema non era il referendum ma quello che sarebbe accaduto dopo una vittoria del NO. Sento sempre più persone, iscritti ma soprattutto elettori, che non vogliono più stare assieme a chi ha fatto la scelta di opporsi alla riforma costituzionale. Mi chiedo: non valeva la pena di tapparsi un po’ il naso?”.

Impostazione prodiana. Turarsi il naso in nome di quale priorità?

“Dopo quanto è accaduto rischiamo di dare in mano il Paese a forze antieuropeiste, populiste e dall’impronta immorale di fronte ad emergenze come quella dell’immigrazione. Bersani continua a richiamare al malessere e alla famigerata mucca nel corridoio: ma prima della mucca, prima di fare una scelta di rottura, bisognava anche vedere le ruspe di Salvini e l’avanzata di Grillo. Lo dico da ulivista: un partito più grande è, meglio è. Vado oltre: se fossimo rimasti tutti assieme, oggi il sapore della sconfitta sarebbe stato diverso. Oggi invece prendo amaramente atto che, oltre ad aver perso un’occasione di rinnovamento, diventa difficile e quasi impossibile recuperare le distanze”.

Il muro è stato eretto della minoranza PD?

“Sinceramente non capisco dove vogliono arrivare. In alcuni esponenti c’è un approccio così fortemente antigovernativo che rende appunto impossibile ricomporre. Eppure attorno alla riforma costituzionale ci fu al Senato un grande lavoro di modifica del testo e di ricucitura per dare riconoscimento alle posizioni della minoranza PD. Eppure, malgrado questa mediazione, è come se avessero continuato a rimanere davanti ai cancelli, a fare sciopero. A questo punto il problema più grande non è a livello di vertice, tra dirigenti di parti diverse che, al limite, possono anche trovare un accordo di non belligeranza, almeno in questa fase. Il problema vero è che la frattura reale, che si è già prodotta, sta nell’elettorato e nella base. Sta qui la spaccatura più profonda. A questo punto il PD rischia di svuotarsi di forze se non ci sarà un cartello del SI’ ”.

Ovviamente con Matteo Renzi leader…

marco-stradiotto-parlamentare“Piaccia o non piaccia, Renzi è l’esponente migliore che abbiamo. Semmai chi lo conosceva di più, chi gli stava più vicino, doveva aiutarlo. Il tallone d’Achille che hanno tutti i nostri leader è che dopo un certo periodo ognuno si chiude nel proprio cerchio magico. E tutti i leader vengono consigliati male, compreso ai suoi tempi Bersani, di cui ho grande stima. Gli ‘yes man’ non è che ti aiutino. Renzi è già veloce di suo. Ma un buon motore deve avere anche dei buoni freni…”.

Quali errori sono stati commessi con il referendum?

“Non si è riusciti a far emergere il merito della proposta. Solo una minima parte ha espresso un SI’ o un NO sulla base di considerazioni legate alla Costituzione. La stragrande maggioranza ha invece votato gridando disapprovazione o disagio”.

In queste considerazioni c’è dunque una dose di quella che dovrebbe essere l’autocritica renziana. Piano piano, qualche voce non da ‘yes man’, ad esempio sul voto dei giovani, comincia a levarsi…

“I giovani sono incazzati neri e hanno ragione: non vedono futuro. Gli offrono i voucher ma il problema è che non c’è lavoro. Un tema che non è indifferente e che se rimane irrisolto produce segnali forti contro il sistema, indipendentemente dal governo. La situazione economica e finanziaria debitoria non è risolta e non riparte se non riparte la fiducia. Detto questo, bisogna anche dire che però proprio la riforma della Costituzione voleva essere e voleva sollecitare un segnale di fiducia”.

Invece il Paese non ha espresso fiducia…

“Con l’ondata di crisi, dal punto di vista economico è come se avessimo subito una guerra. Con la differenza che questo tipo di guerra non produce una mentalità unitaria: alcuni ce la fanno e ripartono, altri restano senza lavoro, altri ancora perdono capacità d’acquisto e cercano di resistere. C’è poi chi, come i dipendenti pubblici, resta a galla. Una delle cose essenziali, ad esempio e a differenza dall’impostazione Brunetta, è trasmettere proprio a questa parte del Paese il senso dell’importanza del proprio ruolo. Il fatto che senza di loro il Paese non riparte e che c’è una differenza abissale tra una carta che resta sul tavolo 7 giorni e una che resta ferma un mese. A Roma, che frequento per lavoro,  ci sono 40 dipendenti, fra comunali e partecipate, per chilometro quadrato. Tale forza lavoro dovrebbe garantire una città perfetta, pulita e ordinata e invece constatiamo tutti quale sia la situazione reale. Spesso, guardando la situazione da fuori,  ho l’impressione di assistere ad una staffetta nella quale chi porta il testimone si ferma un metro prima di consegnarlo nelle mani dell’altro. In questo modo è impossibile vincere le sfide. Va detto che questa metafora vale per i dipendenti pubblici ma vale per l’intera società italiana dove, purtroppo, ognuno pensa a se stesso. Contemporaneamente vedo che, purtroppo tragicamente, nelle zone terremotate dell’Emilia Romagna è scattata la molla che fa sentire ogni persona come parte di un sistema. E’ scattato quel senso della comunità che è essenziale”.

Operazione politicamente difficile da realizzare se la comunità manca proprio all’interno del partito di governo…

“Era più semplice fare un partito 10 anni fa. Le spaccature di un Paese e della politica si riflettono reciprocamente. Ma proprio per questo serviva più saggezza in occasione di questo passaggio cruciale”.

Una saggezza prodiana?

“Quella saggezza sarebbe certamente necessaria. Ma ripeto, i tempi della politica sono cambiati: quello che si faceva in settimane oggi lo si fa e accade in poche ore. Spero soprattutto che ci sia la saggezza di saper leggere bene le cose e ogni passaggio. Se da un lato ritengo che si debba andare al voto al più presto, contemporaneamente si deve garantire una legge elettorale decente. Magari togliendo il doppio turno, con un premio di maggioranza ridotto e con una parte di proporzionale. Il ballottaggio funziona con un sistema bipolare e non tripolare come quello attuale. C’è poi un’altra saggezza da praticare: chi pensa di fare sistemi elettorali ritagliandoli sugli interessi di parte, rischia di prendere una tranvata”.

E un ritocco all’impronta di un partito che attualmente è a fortissima matrice personale?

“Personalmente ho sempre contestato i partiti leaderistici. Sono pericolosi: basta un infortunio al leader e sono guai…”.

Un’ultima domanda sulla politica locale: qual è il giudizio sul Patto per Venezia Renzi-Brugnaro?

“Fatto a tre giorni dal voto, il Patto per Venezia non mi è piaciuto. Non è quello il modo per portare a casa voti in più. Ha fatto bene Brugnaro a farlo ma se lo facevano sei mesi fa mi faceva più piacere. Sotto il profilo politico va inoltre fatta una distinzione ben chiara, che allontani ogni ombra di inciucio: Brugnaro ha la sua maggioranza a Venezia. Punto”.

Se però si realizza l’alleanza del SI’, figure come Luigi Brugnaro o Flavio Tosi saranno della partita…

“La politica è fatta anche di alleanze. Ma questo non giustifica ora, sui territori, alcuna mossa da inciucio. Serve organizzare il tutto con saggezza, con patti chiari e operazione trasparenti”.

  3 comments for “Il PD non è più una comunità. Serve un’alleanza tra le forze del SI’. | Intervista a Marco Stradiotto.

  1. Sartor sartor
    7 dicembre 2016 alle 17:53

    La cosa è ad un bivio il si e un sogno x tornate alla dc. Io credo che con qualsiasi maggioranza si debba fare qualcosa x Italia e x i giovani il resto è voleri personali non patriottici. Capito personali. Ok

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  2. 8 dicembre 2016 alle 11:40

    Nell’ intervista di Stradiotto ci sono alcuni elementi seri di autocritica ma una conclusione (iniziale…) del tutto illogica e incomprensibile. Riassumo: si è lasciato sullo sfondo il merito (=si è politicizzato), il partito si è fatto personale, il gruppo dirigente acritico, i giovani e i voucher, il disagio sociale non letto, il patto strumentale con Brugnaro… Poi però si rimprovera chi nel PD tutto ciò l’aveva detto da mesi di non aver voluto “perdere insieme”, e si sostiene quindi che anziché condividere quelli e altri elementi di correzione bisogna separarsi e costruire un’alleanza (fanta)POLITICA con tutti quelli che han sbagliato (compreso Brugnaro, come nota l’intervistatore). Io penso che si debba contare sino a dieci, metabolizzare il disastro combinato, e ripartire insieme NEL PD dalle buone ragioni del SI’ e dalle buone ragioni del NO. Con umiltà e onestà intellettuale da parte di tutti, e soprattutto ricollegandosi alla NOSTRA GENTE. Superando una frattura le cui responsabilità sono a esser generosi “bilaterali”, proprio per quel che dice Stradiotto (che da buon “lettiano” della prima ora “scarica” di fatto Renzi, se si legge tra le righe).
    Perseverare nel progetto del partito della nazione sarebbe invece diabolico.

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  3. 8 dicembre 2016 alle 12:37

    Nell’ intervista di Stradiotto ci sono alcuni elementi seri di autocritica ma una conclusione (iniziale…) del tutto illogica e incomprensibile. Riassumo: si è lasciato sullo sfondo il merito (=si è politicizzato), il partito si è fatto personale, il gruppo dirigente acritico, i giovani e i voucher, il disagio sociale non letto, il patto strumentale con Brugnaro… Poi però si rimprovera chi nel PD tutto ciò l’aveva detto da mesi di non aver voluto “perdere insieme”, e si sostiene quindi che anziché condividere quelli e altri elementi di correzione bisogna separarsi e costruire un’alleanza (fanta)POLITICA con tutti quelli che han sbagliato (compreso Brugnaro, come nota l’intervistatore). Io penso che si debba contare sino a dieci, metabolizzare il disastro combinato, e ripartire insieme NEL PD dalle buone ragioni del SI’ e dalle buone ragioni del NO. Con umiltà e onestà intellettuale da parte di tutti, e soprattutto ricollegandosi alla NOSTRA GENTE. Superando una frattura le cui responsabilità sono a esser generosi “bilaterali”, proprio per quel che dice Stradiotto (che da buon “lettiano” della prima ora “scarica” di fatto Renzi, se si legge tra le righe).

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