Governo Gentiloni. Renzi non lascia e raddoppia la sua scommessa sconsiderata.

Il dispetto vero non stava nel portare via la palla, ma nel raddoppiare palloni e campi di gioco. In soli 8 giorni il referendum costituzionale è stato metabolizzato così da Renzi e dai suoi: la pesante sconfitta non ha lasciato spazio ad alcun mea culpa e si è trasformata anzi nel segnale per scatenare un’offensiva per il potere ancora più ampia e rabbiosa. E i protagonisti della Caporetto sono stati premiati, crescendo di grado e di ruolo, pronti ora per combattere nuove battaglie campali.
In appena 8 giorni si è compiuta un’elaborazione sorda a tutto, che trascina giocoforza tutto il PD verso una sfida finale, interna ed esterna, e che a tutto fa pensare tranne che al bene del Paese.

ITALY-POLITICS-GOVERNMENT-GENTILONIIl nuovo premier Paolo Gentiloni è al momento l’unica nota di respiro in questo procedere incessante. Sulla sua figura e sul suo governo non è ammissibile il minimo dubbio di legittimità. La serietà e la tempestività istituzionale con le quali è stata risolta la crisi di governo nel giro di poche ore, vanno separate dalla dubbia bontà delle spinte politiche che hanno determinato questo esito. Gentiloni e i suoi ministri, salvo la sfiducia delle Camere (salvo che al Senato, tra verdiniani rimasti a bocca asciutta e sinistra PD, non si produca una bocciatura) non sono inquilini abusivi di Palazzo Chigi.

Così come rischia di risultare grottesco il gioco dello sparare alla crocerossa un secondo dopo la lettura dei nomi di questo esecutivo. Il giudizio preventivo sul governo (un ‘Renzi bis senza Renzi’, un ‘governo fotocopia’, un ‘Renziloni’ e via dicendo) è operazione scorretta perché tronca alla radice ogni beneficio di inventario che invece va concesso. E in questo senso, in primo luogo, Paolo Gentiloni ha i margini per mostrare qualcosa di diverso: almeno un abbozzo, per il tempo che avrà a disposizione, di autonomia e di schiena dritta, in nome del vincolo di fedeltà, responsabilità e rispetto che ha giurato non nei confronti di Matteo Renzi ma del Paese.

Ma proprio in virtù di una secca separazione di giudizio non va dimenticato cosa si agita parallelamente al percorso che imboccherà il governo. Renzi, nell’imporre la riproposizione di una serie di ministri, ha mostrato di voler andare dalla parte esattamente opposta rispetto ai segnali emersi dalla consultazione referendaria. Certamente non obbligato ad ascoltare, ha scelto però una via ugualmente non richiesta che si aggiunge alle non-richieste di plebiscito e di finta uscita di scena con tanto di rimbocco delle coperte di famiglia.

Maria Elena Boschi, la disastrosa madre costituente alla quale, tra arroganza e spregiudicatezza, va messa in conto una parte consistente della débâcle, viene collocata in vetta, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, in una posizione di controllo sulle mosse di Gentiloni. A Luca Lotti, altro plenipotenziario renziano, viene riconosciuto un ministero (allo sport) che camuffa la consegna di importanti cordoni della borsa, tra delega al Cipe e all’editoria. Esente da bocciature anche Marianna Madia, la cui riforma sulla pubblica amministrazione è stata invece bocciata dalla Corte Costituzionale. Va avanti pure Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità protagonista di insane campagne (vedi il Fertility day) che hanno spaccato le sensibilità dell’opinione pubblica. Avanti anche Giuliano Poletti, che si trascina la scia di strali su voucher, disoccupazione giovanile e flop sullo stato reale degli occupati veri e non gonfiati dalla riforma del Jobs Act.

Renzi, con una sordità che ha il sapore della rabbia e del dispetto dopo la vittoria del NO al referendum, ha voluto tenere belli in vista e belli fissi tutti i bersagli ideali per le opposizioni, interne ed esterne al PD. Pentastellati, leghisti, Forza Italia e destre ringraziano per questa cesta natalizia con la quale si nutriranno fino alle prossime elezioni politiche.

Il resto dell’operazione, di rimozione più che di elaborazione politica, Renzi la attuerà tra pochi giorni con il raddoppio del campo di battaglia, ovvero con l’apertura di un congresso anticipato e le primarie per la leadership nel PD e per la candidatura a premier. Pare che il suo obiettivo sia la conquista di almeno due milioni di voti. Un nuovo bagno popolare dunque, condito da nuovi tour per lo stivale e presumibilmente da nuove promesse accecanti. Altro che abbandono della politica: Renzi non lascia ma raddoppia la posta della sua scommessa.

Una scommessa doppia che, a questo punto, appare sempre più irrazionale e lontana dal Paese reale e che rischia, come Massimo D’Alema ha immediatamente annotato, di trasformarsi nuovamente in onda che travolgerà in primo luogo tutto il PD. L’accusa, finora tenuta confinata ai sostenitori del NO, di voler consegnare il Paese alle destre e ai populismi, travolge a questo punto e sempre di più lo stesso Matteo Renzi.

Come fermare questa nuova scommessa, sconsiderata perché priva di una elaborazione profonda e motivata invece da pura adrenalina di potere personale, è la questione politica centrale di questo post-referendum.

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