Andrea Orlando. Un pezzo prezioso nella strettoia di un partito in guerra.

Alla vigilia di un congresso da caschi blu dell’ONU, con livelli di discussione che rischiano di trasformare il PD in una polveriera diffusa, tra i teorici del ‘Fuori le facce da culo’ e quelli della scissione come arma di minaccia permanente, in un pomeriggio durato 5 ore Andrea Orlando ha preso le sembianze di un pezzo raro. Prezioso.

Il suo intervento, alla direzione nazionale più delicata della storia del PD, lo ha collocato in una posizione che sarebbe riduttivo definire da equilibrista. L’attuale ministro della giustizia, ruolo nel quale si è guadagnato, strada facendo, gradimento e rispetto, ha in realtà fatto una scelta controcorrente rispetto al clima guerrafondaio di un partito frantumato, secondo gli ultimi affreschi, in una quindicina di aree (o correnti: 11 solo se si guarda alla maggioranza renziana).

Una scelta coraggiosa, dunque, quella dell’esponente di La Spezia, nato politicamente al tramonto del PCI e poi cresciuto nel filone PDS-DS-PD. Un’uscita da dirigente politico che ha scelto di imboccare un corridoio strettissimo, forse l’unico che valga la pena di percorrere per chi vuole davvero, da dentro e da fuori, tenere assieme in modo nuovo i frammenti di questo partito. Un partito-nazione perché da esso, volenti o nolenti, deriva gran parte delle sorti del Paese.

Non solo Orlando ha richiamato alla necessità di tenere, prima di ogni altro appuntamento, una conferenza programmatica, in grado di tracciare linee politiche di governo e una nuova organizzazione del PD. Da parte sua sono arrivati richiami che, in maniera flemmatica, hanno segnato un territorio di distanza da due eserciti.

Senza blandire la clava, cosa che da tempo non si verificava, ha rispolverato orgoglio e senso di responsabilità  (“Ho deciso di intervenire perché ritengo che il Pd sia la conquista più importante della mia generazione. E’ un po’ come l’Europa: ci accorgiamo della sua importanza quando inizia a venir meno. E’ vero che è scomparso il futuro. Siamo noi gli unici che possono avanzare una proposta sul futuro”).

Ha caricato sulle spalle di Matteo Renzi, come mai prima di ieri, la responsabilità di quei “caminetti, iniziati perché manca una proposta politica forte. Dobbiamo trovare la via per discutere. Il nostro statuto non é adeguato a fare questa discussione. Stiamo andando verso un sistema proporzionale, dobbiamo costruire una nuova piattaforma politica”. E ha ammonito le minoranze, invocando lo “stop a una delegittimazione quotidiana” del segretario del partito, e una “messa al bando della parola scissione e confronto quotidiano sui contenuti. Questa è la strada che serve al partito”.

andrea-orlando Andrea Orlando non ha il physique du rôle del leader. Ma c’è una domanda che, al netto delle sue capacità comunicative e istrioniche, bisognerebbe porsi: Matteo Renzi è un leader? E’ davvero leader chi esegue ogni spartito a ritmi forsennati, chi non conosce pausa di riflessione, chi non coltiva l’arte della sintesi, preziosa quando si guida un partito dalle tante anime?

Andrea Orlando, pur non essendo un cavallo di razza, ha mostrato il volto di ciò che deve essere un dirigente politico. Lo ha mostrato nei toni, nei tempi, nello sforzo di individuare una via mediana, un pertugio strettissimo in questo campo di battaglia furiosa che è diventato il PD.

Alla domanda sulla sua candidatura a segretario lui, da dirigente prudente con il senso del metronomo, rinvia la risposta al dopo-discussione sui contenuti. Ma è chiaro che da ieri esiste una modalità di guida del partito da considerarsi validamente alternativa al modello furibondo di un peraltro appannato Renzi.

Un’alternativa al tempo stesso distante da candidature che, pur rispettabili sul fronte delle minoranze PD, come ad esempio Michele Emiliano, difficilmente andrebbero oltre una funzione esplosiva in un partito che è già polveriera.

Per chi coltiva ancora una speranza di ricomposizione nella strettoia di un partito in guerra, Andrea Orlando o ciò che ha espresso, rappresenta un pezzo prezioso. Da non aggiungere ai mille pezzi che già si sono frantumati.

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