Scissione PD. Cinque dubbi contro il vento della divisione.

pd-spaccato-400x215Negli anni della sua irresistibile ascesa, Matteo Renzi amava dire che il ‘vento non si ferma con le mani’. Oggi che resta il ricordo di quel turbine trionfale, fermato ufficialmente con le mani di chi ha barrato NO al referendum del 4 dicembre, si scatenano le raffiche che spingono la sinistra PD verso la scissione. Una soluzione da ritenersi inevitabile se valutata sulla base di una convivenza civile e di un confronto politico che ormai sono ridotti al lumicino, all’interno e attorno al partito.

Difficile, dopo lunghi mesi di rancori e sfottò, non giudicare in alcuni casi ipocrite o comunque tardive le mani di chi sta cercando di fermare il vento della divisione firmando un po’ ovunque (da Bologna alla Lombardia passando per le donne parlamentari e le federazioni giovanili) appelli all’unità e mozioni degli affetti per una comunità in fase di sfaldamento a dieci anni dalla sua nascita. Forse, accanto ai richiami, più o meno sinceri, ai sentimenti e al senso di responsabilità, vale la pena di sollevare alcuni dubbi da contrapporre al vento della scissione.

Almeno cinque.

Una sinistra di governo fagocitata dalla sinistra radicale. Il primo si insinua nella natura di quella sinistra che si appresterebbe a divorziare dal PD. Una componente definibile a vario titolo come riformista, di stampo socialdemocratico. Sicuramente di governo. Il dubbio è che, un secondo dopo la scissione, quella sinistra sia destinata a perdere la propria natura, finendo per essere fagocitata, omologata tout court al radicalismo. Diventerebbe insomma difficile per chi in questi anni ha inseguito il progetto di un centrosinistra come guida stabile del Paese non essere etichettato come forza esclusivamente di lotta, senza alcun progetto costruttivo di governo.

Il rischio del voto inutile. E’ indiscutibilmente fondata la denuncia di Pierluigi Bersani su una scissione che già esiste nell’elettorato rispetto al PD renziano. E’ altrettanto vera l’emorragia di iscritti che disegna un quadro di separazione di fatto. Ma se la scissione ha come obiettivo quello del contenimento di questo bacino in libera uscita, la scissione contiene anche un contrappasso. Sempre a patto che si voglia mantenere quella matrice governativa di cui sopra, con l’attuale sistema elettorale a trazione proporzionale sarebbe infatti difficile far digerire al proprio elettorato la prospettiva di un’alleanza, in parlamento, con quello stesso PD dal quale ci si è scissi. Sarebbero inoltre i nuovi partner (uno a caso: Nichi Vendola) a chiudere ogni spiraglio in questa direzione. Il rischio è dunque quello di condannarsi a forza che diventerebbe bersaglio propagandistico molto facile, sul quale apporre il marchio di soggetto raccoglitore di voti inutili.

Esiste un leader federatore delle sinistre? L’idea di costruire un nuovo Ulivo è destinata a calarsi in un catino pieno di potenziali e storiche conflittualità della sinistra, certamente non minori di quelle che si sono scatenate nella stagione renziana. La Federazione delle sinistre conterrebbe una lunga passerella di esponenti, potenzialmente da Speranza a Ferrero, dalla quale tuttavia si stenta ad intravvedere un leader in grado di governare tenendo assieme il tutto. Se la gestione renziana è l’emblema del disastro sul fronte della sintesi tra anime, al tempo stesso l’idea ulivista di una co-gestione tra tanti pari rischia di rimanere romantica. Il leader (al singolare) è un elemento irrinunciabile. Il dubbio, anche senza fare paragoni con Romano Prodi, è che non esista il Federatore dei federatori. E che dunque la sinistra conflittualità potrebbe fare facilmente capolino.

Populismi: la scissione come argine? Più che un dubbio è una quasi certezza: la rottura fragorosa nel PD sarebbe benzina per chi marcia spedito sulla strada dell’antipolitica. L’immagine del principale partito in pieno conflitto interno viene già largamente utilizzata come simbolo di una politica incapace di pensare al Paese. Una scissione dilaterebbe a dismisura la sensazione di inaffidabilità e consegnerebbe dunque alle forze già spinte dal vento trumpista un ulteriore vantaggio in termini di consenso. L’ostinazione di Renzi nel guardare al centrodestra come serbatoio elettorale da cui attingere è dolosa perché soffoca un progetto autenticamente progressista, in grado di opporsi con forza alla tempesta di protezionismo imperante. Altrettanto rovinosa sarebbe tuttavia la disgregazione dell’unico blocco italiano che era nato con la prospettiva di rispondere alle sfide internazionali con una visione di società aperta, inclusiva, capace di tutelare i più indifesi in modo diverso dalla ricetta populista.

Renzi è eterno? Se, detto papale papale, il problema della sinistra dem è Matteo Renzi, va anche detto che la scissione avverrebbe proprio nel momento in cui si sta manifestando una serie di elementi che fanno pensare al suo tramonto come leader. La resistenza dell’ex premier, la sua forsennata ricerca di stringere i tempi per non farsi stritolare, è la miglior dimostrazione delle sue difficoltà. Peraltro non legate principalmente al lavoro di interdizione della minoranza. L’episodio del fuori onda di Graziano Delrio che denuncia tutta l’incapacità e la non volontà del leader nel fare da collante, è solo la punta dell’iceberg di un malessere che sta esplodendo proprio nella maggioranza che lo sostiene. Il dubbio da coltivare sta proprio nella capacità di tenuta di Renzi nei prossimi mesi. Se il rimanere all’interno del PD per giocare al boicottaggio non è una strategia leale, sarebbe miope non valutare che la sua stagione potrebbe essere agli sgoccioli. Fare tesoro del dialogo che, bene o male, si è fisiologicamente ripristinato in questi giorni tra la minoranza e parti della maggioranza del partito in stato di evidente malessere, potrebbe essere molto più saggio di una scissione che, per molti versi, risulta improvvida.

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