Periferie, Mestre. Lorenzo e Altobello: il racconto di un cambiamento.

“Bisogna aver coragio. Anca queo de no farse problemi a parlar in diaeto di fronte a poitici, architetti e professionisti. No bisogna aver paura, ma aver cuor e orgoglio”.

Schermata 2017-05-27 alle 07.18.49Lorenzo Visentin è un’anima fatta di sangue e adrenalina che a 65 anni scorribandano ancora vivaci. Come ragazzi di periferia. Quando 20 anni fa la parola periferia non era così al centro della politica, lui decise di intraprendere l’avventura più forte della sua ‘vita di strada’. Senza girare il mondo, senza lasciare di un millimetro quello stridente perimetro di Mestre dove, ultimo di quattro figli, è nato: così aderente al centro eppure, per decenni, segnato dal degrado.

Per tanto tempo il quartiere Altobello è stato unicamente identificato come Macaè, “la zona dei palazzi costruiti a fine anni ‘20”. Zona off-limits, consegnata all’immaginario cittadino come il ‘Bronx di Mestre’. Tutt’altra cosa da tutto ciò che, in modo inimmaginabile, stava a pochi metri di distanza: corso del Popolo, piazza Barche, e soprattutto quella via Milano “dove vivevano i signori, le famiglie dei dipendenti statali”. Macaè: un fortino assediato da emergenze sociali che sembravano inespugnabili. Proprio come Macallè, la città etiope che il Regno d’Italia non riuscì a conquistare con l’assedio del 1896.

Lorenzo Visentin ha la stoffa del condottiero popolare, “non populista”: a colpi di adrenalina e passione sanguigna ha guidato dal basso, da dentro, la battaglia contro il degrado di questa ex periferia. C’è chi, sul campo, soprattutto tra i ‘fioi’ di un tempo che poche settimane fa si sono ritrovati per un viaggio della memoria nella nuova Altobello, (memorie che non cessano di essere raccolte attraverso la pagina Facebook – clicca qui) non esita a chiamarlo ‘Sindaco de Macaè’. “Ma no xe robe da scriver: a mi me basta che anca quei che no vive più qua i se sia acorti de come xe cambià tuto”.

fioi de macaè 1

La strada per arrivare a dirsi “guarda come eravamo e guarda come siamo oggi” è stata una traversata che da più parti viene presa a modello. La stessa commissione parlamentare sulle periferie, da poco istituita e impegnata nel lavoro di ripristino istituzionale con questi mondi che la politica ha riscoperto dopo una stagione di dimenticanze, “ci ha chiesto una relazione su quanto è stato fatto”.

Il ‘già fatto’ è visibile ad occhio nudo e le cronache locali degli ultimi anni, tra sopralluoghi, inaugurazioni e feste, lo hanno registrato ampiamente. La pedonalizzazione di via Costa (arteria che fa da ‘porta’ di elegante accesso al quartiere e che conduce fino al Canal Salso), la darsena, la realizzazione di aree verdi e aree gioco, lo Spazio cuccioli, la ludoteca, la trasformazione dell’ex scuola Pellico in un centro di attività di quartiere, la riqualificazione di piazzale Madonna Pellegrina, gli abbattimenti, le nuove costruzioni e il recupero degli edifici storici di via Fornace (Le Tettoie e il Campo dei Sassi), sono l’evidenza di un cambiamento che è realtà, anche se non completamente portato a termine.

E’ soprattutto nel come si è arrivati a questo cambiamento che si può leggere un modello di positiva congiunzione tra cittadini e istituzioni.
 E che si può anche vedere, con altrettanta evidenza, chi ha ‘tradito’ questo patto civile, facendo una estenuante melina proprio a distanza ravvicinata dalla linea di un traguardo che Lorenzo vuole tagliare a tutti i costi. Con la determinazione dell’uomo civico che via via ha preso corpo in quel ragazzo di periferia.

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“Tutto nasce nel 1997 – spiega Visentin – quando, dopo aver strappato dalla cementificazione il Campo dei Sassi (oggi dominata da un’area verde dedicata ai più piccoli) abbiamo dato vita alla prima delegazione di zona di tutto il Comune. Siamo partiti propositivi, non contestatari: alle nostre 500 firme erano allegate richieste precise e dettagliate, dal piano del traffico al rifacimento dei marciapiedi fino alle lampadine da collocare nelle strade”. La prima semina produce coinvolgimento dei cittadini ma anche attenzione da parte dell’amministrazione. Lorenzo si ritrova ad essere un anello di congiunzione ideale tra territorio e istituzione: militante dell’ex PCI, coltiva l’arte della diplomazia rustica, capace di tenere tesa la corda senza romperla e senza capitolare nella ‘trappola del fascino del potere’.

Il primo lavoro di sutura, nell’impresa più ampia della ricucitura tra Altobello e il centro di Mestre è stato dunque questo. Allegorie di una vita: “Pensa che me mama ea gera par tuti ea ‘Maria dee coverte’. Macinava i pezzi di lana vecchia e poi, con telaio e ago e seta, li lavorava producendo coperte trapuntate”.

Cucire, ricucire, mediare e rimediare. Tutto in quel perimetro che un tempo era popolato di operai, facchini e barcarioi, in linea di congiunzione con le origini di porto sul Canal Salso, via acquea di collegamento con Venezia: “Me pare gera operaio dea Montedison. Fu prigioniero di guerra in Lituania ed apparteneva all’Azione Cattolica, mentre lo zio era proprio comunista: quante battaglie. Me divertivo come un mato…”.
Tra ricordi e boccate di sigaretta che rendono il tono vellutato e la voce roca, si arriva alla svolta del 2003-2004: “Fu l’assessore all’urbanistica di allora, Guido Zordan, a cogliere l’importanza della nostra partecipazione attiva e a lavorare per inserire Altobello nel bando dei Contratti di Quartiere per l’ottenimento dei finanziamenti pubblici”.

Ed è da quel momento che l’adrenalina, la sensazione di essere protagonisti del cambiamento, cresce a dismisura. Il nucleo di cittadini propositivi degli anni precedenti si trasforma in gruppo di ascolto: “Con l’architetto Mauro Sarti, a cui venne affidato l’incarico di predisporre il programma degli interventi per l’ottenimento dei finanziamenti, e con il coordinatore del Contratto di Quartiere, Sandro Mattiuzzi, abbiamo concordato tutto. A loro dobbiamo molto.

Sono stati mesi incredibili, con assemblee da centinaia di persone, animatissime e costruttive. Ci chiedevano cosa volevamo e come lo volevamo. Ed eravamo ascoltati, rispettati: non ci sembrava vero”.

La miscela di partecipazione, esigenze, competenze e ascolto funziona alla perfezione. E il boom corrisponde a successo: “Nel bando ministeriale il nostro progetto complessivo per Altobello arrivò primo in Veneto. E anche di recente, nel 2015, ha vinto il Premio Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile tra 320 progetti presentati. Oltre ad aver ottenuto la Menzione d’Onore nella Sezione internazionale alla Biennale di Architettura ‘Barbara Capocchin’. Insomma, onore al merito a Mauro Sarti che non finiremo mai di ringraziare”.

Tra 2005 e 2006 la macchina prende avvio, tra progetti definitivi e inizio degli interventi del valore complessivo di circa 40 milioni di euro. Nel numero di aprile 2005 ‘La Voce di Altobello’, il notiziario di zona, titolava così: “La corsa è partita: quattro anni per ‘rifare’ il quartiere”. E già allora Visentin, soddisfatto ma non sazio, stendeva un editoriale battagliero: “la collaborazione auspicata fin dall’inizio tra cittadini, amministratori e tecnici sta funzionando. Però c’è qualcosa che ci preoccupa, e non poco. Non tutte le cose stanno procedendo per il verso giusto. Stiamo parlando dell’Ater, alla quale spetta gran parte degli interventi per la riqualificazione di Altobello, che pare in ritardo sulla rigorosa tabella di marcia stabilita dal Contratto di Quartiere”.

Negli anni successivi, “il nostro non abbassare la guardia, la serietà dei tecnici e dei professionisti chiamati a gestire i lavori, ed il dialogo costante con gli amministratori pubblici, da Michele Mognato a Sandro Simionato, hanno consentito di concretizzare il sogno”.

Altobello, tabelle di marcia più o meno rispettate al secondo, si trasforma da periferia degradata a salotto accogliente di Mestre. E non c’è cosa migliore che vedere con i propri occhi per rendersene conto: “Qui siamo passati da ghetto a luogo in cui le persone vengono a portare i bambini a giocare, a bere l’aperitivo, a fare una passeggiata in questa nuova, grande isola pedonale”.

Ma passeggiando in un sabato pomeriggio di metà maggio, fianco a fianco con Lorenzo, tra queste nuove strade del centro di Mestre, si sente che il sangue pompa più dell’adrenalina. La denuncia si fa rabbiosa:

Ater Venezia è gravemente inadempiente. Da quattro anni ci sono 36 alloggi già finiti, destinati ad anziani in condizioni di fragilità, ma sono lasciati attualmente in abbandono. Mancano gli allacciamenti, gli interventi di asfaltatura e di illuminazione. Tutto è bloccato”.

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Il bello della riqualificazione viene coperto dall’arancione delle reti di cantieri rimasti in sospeso. Lungo i portici di via Fornace, sotto gli alloggi pronti da tempo e davanti alle vetrate di quelli che dovrebbero e potrebbero essere a breve sedi di negozi e uffici, si vedono i colpevoli segni del degrado che è pronto a fare di nuovo capolino. A testimonianza che il degrado, prima di diventare fenomeno sociale, sa essere figlio della trascuratezza e dell’incuria istituzionale.

“Ci sono decine di alloggi sfitti in attesa di restauro da anni”, dice ancora Lorenzo, che nel frattempo è cresciuto nel suo ruolo pubblico diventando a più riprese consigliere di Municipalità a Mestre Centro, prima sotto la bandiera DS-PD ed ora passato con Articolo Uno.

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“Nelle due ‘Navi’ (qui sopra, i grandi condomini popolari costruiti tra gli anni ’80 e 2000, dopo la demolizione dei palazzi di via Squero) l’Ater (ente regionale per l’edilizia residenziale) consente che vi siano oltre 25 alloggi vuoti oppure occupati abusivamente. L’abusivismo è da sempre un virus portatore di degrado e questo accade perché manca una gestione rigorosa ed equa, in grado di rispettare le graduatorie e le consegne degli alloggi. Lo dico da tempo: anche queste costruzioni andrebbero abbattute e si dovrebbe costruire tutto ex-novo. Le promesse di sbloccare la situazione sono ormai costanti da anni, ma puntualmente non vengono mantenute. Anzi, tra gli amministratori comunali di oggi c’è oggi chi, sottovoce, azzarda l’idea assurda di costruire un muro separatorio tra la nuova e vecchia Altobello”.

Parole che disegnano uno sfregio nel quasi-capolavoro che ad Altobello è stato realizzato. “C’è poi un altra questione: cosa più unica che rara in Italia, è di ben 700 mila euro la somma avanzata dagli interventi. La cosa però inaccettabile è che questi soldi vengono trattenuti di fatto per una metà dal Comune di Venezia e per l‘altra dalla Regione. Sono soldi che consentirebbero la sistemazione di via Squero e la realizzazione di un’isola ecologica, con un compattatore, tra le due Navi. Purtroppo, malgrado i solleciti e le comparsate, sia Regione che Comune non rispondono o nicchiano. Ma devono rispondere: qui si tratta di avere buona volontà, non serve inventare nulla. E io non mollo”.

Giunti alla darsena sul Canal Salso, altra zona riqualificata, Lorenzo riprende respiro e guarda avanti. Nel suo passato ci sono altre imprese sociali, come l’avventura dell’Associazione Calcio Altobello, di cui per anni è stato presidente “che dal 2002 continua a dare a tanti ragazzi della zona un’occasione di divertimento tenendoli lontani dai rischi… E pensare che per quel campo allora abbandonato mi sono preso una denuncia per occupazione di suolo pubblico, visto che la proprietà era in parte di Italgas…”.

Nel futuro, sulla riva del Canal Salso, c’è un’altra sfida. Con lo sguardo fisso su un vecchio ‘topo’ degli anni ’30 e con l’immaginazione puntata su come potrà essere questa imbarcazione dopo i restauri, Lorenzo spiega che “assieme ad altri, come la ‘Marco Polo System’, mi sto dedicando alla rinascita dello squero Roggio per farlo diventare polo museale ma anche luogo per riavviare attività legate alla carpenteria e ai maestri d’ascia”. Altro tassello da ricucire per riportare un altro pezzo di Altobello ad essere semplicemente bello. Vivibile.

A due passi da Piazza Barche, a due passi dal centro di Mestre ma con i piedi su un pezzo di città che è già nuovo centro, termina la passeggiata e il racconto di un percorso. La storia di Lorenzo e del suo quartiere sono un modello di cambiamento che può essere lezione esemplare per la politica.

“Per cambiare le periferie, la politica deve entrare in questi luoghi con la volontà di ascoltare e non di imporre. La politica deve entrare in stretta relazione, in ogni pezzo di città degradata, con le persone che ci vivono, che conoscono palmo a palmo la loro realtà e che hanno voglia di cambiarla. E non bastano i soldi: servono persone responsabili, in grado di gestire e non di vanificare un lavoro di ricostruzione urbana e sociale che sa ripagare chi lo svolge. Mi e altri, quando se vardemo intorno, podemo ben dir de esser protagonisti del nostro toco de mondo che gavemo cambià”.

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