Periferie. Andrea Causin: “Il mio viaggio nei gironi danteschi. Per uscirne non bastano i bandi”.

Un Giro d’Italia lungo sei mesi, costellato da tappe somiglianti a ‘gironi danteschi’ e dai nomi che parlano di un’Italia a parte: Pilastro, Tor Sapienza, Circus, Calderara, Bolognina, Le Vaschette, Sanità, San Basilio, La Rustica, Scampia, Pioltello.

In questi mesi, da quando è stato nominato presidente della Commissione di inchiesta parlamentare sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, Andrea Causin ha visto da vicino quell’Italia da sottoscala, spesso nascosta dietro la porta dell’ipocrisia che nega l’esistenza di tutto ciò che non si vede. Sottoscala di scala gigantesca, “perché in questa Italia di serie B che sono le periferie ci vivono ben più di 15 milioni di persone, praticamente quasi un terzo del Paese”.

Un’ipocrisia che ha assunto dimensioni ugualmente macroscopiche quando si parla di politica. A tal punto che nella tappa napoletana di Scampia, nel febbraio scorso, lo stesso Causin, (44 anni di Martellago, nel veneziano, e attualmente deputato nelle fila di Alternativa Popolare) è riuscito ad entrare fisicamente tra ciò che resta delle famigerate ‘Vele’ solo cospargendosi il capo di cenere a nome dello Stato: “Lì non si può dire ‘sono lo Stato ed entro’. A Scampia si può solo chiedere scusa per tutto quello che non si è fatto o si è fatto nel modo sbagliato”.

Ora che questo Giro d’Italia, fatto anche di audizioni e incontri istituzionali, sta volgendo al termine, è il momento di scattare una fotografia d’insieme.

Quale Italia ha scoperto nelle periferie?

“Ho scoperto un grande pezzo d’Italia che vive un conflitto permanente tra marginalità. Un conflitto rispetto al quale lo Stato ha fatto un passo indietro, consentendo così che siano altri ad imporre le regole. Al sud le organizzazioni mafiose e al nord la criminalità di stampo etnico, tra spaccio, laboratori in nero e commercio abusivo. Ho visto quartieri nei quali davvero non puoi mandare per strada i bambini, intere aree dove l’economia illegale ha soppiantato quella legale. A Scampia c’è il 75% di disoccupazione giovanile ed è ovvio che si viva nell’illegalità. Nelle periferie romane ci sono 8.000 famiglie che occupano le case abusivamente togliendo la possibilità di accedervi a chi ne ha i requisiti”.

In cosa consiste questo conflitto permanente che si vive nelle periferie?

Causin e Sala“Innanzitutto è qui che si acuisce una tendenza demografica generale, come emerge dagli studi che stiamo conducendo: la popolazione italiana diminuisce e invecchia sempre di più, mentre cresce forte quella giovanile straniera, clandestini e regolari, di seconda e terza generazione. A Milano, in particolare, tutto questo ha assunto connotazioni marcate: gli anziani soffrono in modo pesante questo cambiamento, vivono chiusi in casa, in preda alla percezione di crollo, in termini di sicurezza e decoro, di ciò che è stato il loro mondo. E anche quella stessa casa in cui si rinchiudono porta i segni del crollo, se non altro dal punto di vista del valore immobiliare. Un altro effetto negativo, di rottura di comunità, è stato prodotto dall’aver consentito politicamente, senza offrire alcuna difesa o sostegno, la sparizione delle piccole attività commerciali dai quartieri, soppiantate dai grandi centri commerciali. Insomma, al di là delle questioni di conflitto etnico, se non ci sono regole certe, se saltano questi presìdi di comunità, se non si garantiscono a chi abita in queste aree servizi sociali e scuole decenti, e se l’economia legale resta sepolta, è chiaro che le periferie diventano polveriere esplosive”.

Ma perché la politica ha abbandonato le periferie?

“C’è stato innanzitutto un abbandono determinato dalla crisi: da 10 anni l’Italia non cresce e questo ha determinato una impossibilità di investimenti di spesa pubblica su scuole, trasporti, presìdi sanitari locali.

Le Vele Scampia

Scampia: Le Vele (foto da sopralluogo Causin)

Tutto questo ha portato a privilegiare i centri urbani. Ci sono poi state nei decenni passati scelte urbanistiche a dir poco sbagliate: se si pensa a Scampia, dove nell’ultima Vela rimasta vivono 350 famiglie pari a 1.000 persone, come non si fa a pensare a mega-concentrazioni che diventano fonte di emarginazione, soprattutto se questi ‘mostri’, da Napoli a Roma, rimangono isolati dal resto della città, poco serviti dalla metropolitana e magari senza una tenenza dei Carabinieri? Non da ultime ci sono state scelte politiche recenti che lasciano a dir poco perplessi: se invece di spendere 13 miliardi di soldi-mancia per dare gli 80 euro a chi già vive dignitosamente, il governo Renzi avesse deciso di investire quelle risorse per sostenere i più deboli, il segnale di inversione di rotta non sarebbe stato di poco conto”.

Ora però, attraverso il bando periferie, ci sono in ballo 2,5 miliardi di euro…

“Sì, ma si tratta di un bando concepito solo per finanziare le infrastrutture fisiche premiando progetti già esecutivi. Questa impostazione, partorita in modo frettoloso, tralascia l’ambito dei servizi. I progetti non sono di coesione sociale: non sono previsti finanziamenti per progetti di intervento sociale. Una mossa che impedisce peraltro di mettere assieme i fondi europei con quelli del bando periferie. Il rischio di mettere molti soldi sulle infrastrutture riproducendo gli stessi problemi di prima è molto alto. Se a Scampia trasferisco gli abitanti in case nuove, offro magari loro un maggior confort ma non cambio la loro condizione sociale, occupazione, scolastica”.

Dunque manca ancora un progetto complessivo per le periferie?

“Personalmente sono il primo a dire che gli investimenti in infrastrutture e riqualificazione urbana sono fondamentali, anche per consentire un rilancio occupazionale. La ripresa economica ed occupazionale è essenziale. Se la questione viene declinata nell’ottica dell’integrazione basti pensare a realtà come Treviso e Vicenza nei primi anni 2000: gli stranieri lavoravano nelle fabbriche e si integravano, al di là della retorica leghista. Oggi la negazione dello status rifugiato, sommata alla oggettiva difficoltà di attuare i rimpatri in assenza di accordi bilaterali, corrisponde automaticamente all’ingresso di molte persone in circuiti illegali. Questo per dire che non si può pensare di rispondere all’emergenza delle periferie unicamente attraverso le gare d’appalto. La politica deve inoltre recuperare un gap di conoscenza di queste realtà e capire che più complicate sono le periferie e più esiste un patrimonio molto prezioso. Proprio nelle periferie fiorisce spesso l’associazionismo che agisce su vari fronti: dall’assistenza ai teatri sperimentali, dallo sport all’educazione e alla ricreazione per i giovani. Laddove ci sono stati dei successi nella trasformazione delle periferie, come ad esempio ad Altobello a Mestre (clicca qui per l’articolo di approfondimento sulla trasformazione-modello di Altobello), c’è stata una politica capace di entrare in relazione con chi, sul posto, aveva conoscenza, sensibilità e capacità partecipativa dal basso”.

Parole come ‘mediazione culturale’ e ‘solidarietà’ sono princìpi fuori tempo oppure sono strumenti che contano ancora per cercare di cambiare le nostre periferie risolvendone conflitti ed emarginazioni?

“Sono strumenti educativi che la politica deve utilizzare in questa sfida. Se da un lato serve una dose di realismo nel dire che non siamo in grado di accogliere tutti, al tempo stesso bisogna smontare l’automatismo mentale che collega i migranti al degrado e alla delinquenza. Non possiamo costruire una società insegnando ai giovani che chi viene dall’estero incarna sempre problemi e negatività. Va ripristinato un senso etico mettendo una diga all’odio nei confronti dei migranti.

Causin in Ciad

Causin in Ciad

Personalmente conosco bene le aree sub-sahariane, ci sono stato più volte e quando si vedono direttamente certe realtà, segnate da violenze, fame e alta mortalità infantile, si capisce perché le persone fuggono. Tentano inevitabilmente la fortuna, abbandonando paradossalmente contesti familiari e solidali molto più forti di quanto possono trovare altrove. Ma lo fanno per cercare una via di sopravvivenza. Chi, anche dal fronte politico, instilla l’odio nei confronti di queste persone, si rende colpevole di una escalation esplosiva nelle periferie. La politica responsabile deve invece disinnescare culturalmente tutto questo”.

Senza negare i problemi…

“Certamente. Oltre che alla solidarietà bisogna ridare forza alla legalità. Ma non quella che si basa su presunti e generici valori nazionali, di cui si è sentito parlare in queste ultime settimane. Il lavoro da fare si deve imperniare sul rispetto delle leggi e di principi costituzionali, cui tutti devono adeguarsi. Anche qui però va fatta una riflessione. Da un lato ritengo necessaria una maggiore stretta nell’affrontare la delinquenza urbana, dopo una stagione di depenalizzazione dei micro-reati. Il decreto Minniti va in questa direzione, cerca di serrare maggiormente le maglie, cosa che io stesso ho proposto a livello parlamentare. Però esistono voragini che non si colmano solo con questo approccio. Faccio due esempi…”.

Prego…

“La terribile vicenda delle tre sorelle morte nel camper incendiato a Centocelle (clicca qui per un approfondimento): siamo di fronte ad una brutalità assoluta che nasce dal disinteresse della gente e dall’assenza di controlli. Siamo stati con la Commissione nel campo rom di via Salviati a Roma: non esito a definirlo ‘girone dantesco’, tra minori che non vanno a scuola, gente che vive di furti e servizi igienici inesistenti. Che lo Stato italiano permetta tutto questo la dice lunga circa le responsabilità ed è chiaro che non bastano i bandi per uscire da questi inferni. Lo Stato consente inoltre, e vengo al secondo esempio, che ci siano interi condomini, come a San Basilio a Milano, dove a decidere le assegnazioni, ovviamente abusive degli appartamenti, siano i capi palazzina che impongono le loro regole”.

L’emergenza sta anche nello stato comatoso di molti enti che si occupano di edilizia residenziale….

“Sono spesso dei carrozzoni che sono sempre riusciti a sfuggire ad un sistema di gestione centralizzata. Sono spesso un alveo di non trasparenza, basti pensare agli interventi assegnati senza appalto in virtù della somma urgenza. Nel corso delle varie audizioni abbiamo sentito anche Federcasa. Ne è emerso un panorama desolante: mancano i soldi per completare le abitazioni, gli abusi abbondano e dal punto di vista normativo l’esecutività dello sfratto è difficilissima, soprattutto se ci sono minori ai quali va garantita tutela. Nel complesso il patrimonio pubblico nazionale conta 1,4 milioni di immobili ad uso residenziale ed altri 300 mila ad uso commerciale. Si tratta di un patrimonio immenso sul quale grava un autentico ginepraio, tra Comuni, Regioni, Ater, Enti previdenziali. Nel frattempo, in questo scenario, la domanda di residenza pubblica è cresciuta perché aumenta il numero degli indigenti. Come commissione a metà luglio consegneremo al governo una relazione preliminare con una serie di indicazioni sulle azioni legislative da attuare per le periferie. E diremo, tra le varie cose, di rivedere la normativa sulle assegnazioni degli alloggi e sulle verifiche di chi ha i requisiti. Va fatta inoltre una riflessione profonda sul futuro di questo patrimonio immobiliare e su quanto sarebbe bene alienare per evitare un ulteriore processo di degrado”.

Ormai le elezioni anticipate sono una prospettiva più che concreta. Quanto peserà la questione, la dimensione ‘periferie’ nell’esito del voto?

Periferie e voto.jpg

(Ph. Paola Rizzi – Common Creative Flickr)

“Peserà molto perché è forte la percezione generale di scelte disastrose che hanno generato nodi arrivati ampiamente al pettine. Ho la sensazione che buona parte di quei 15-20 milioni di persone che vivono nelle periferie non diserterà le urne ma non andrà a premiare i partiti tradizionali. Le prossime elezioni politiche rischiano di riservare un risultato stravolgente. E anche Renzi commette l’errore politico di considerare il M5S alla stregua di Marine Le Pen in Francia, convincendosi così che il PD verrà premiato alle urne come è stato per Macron. In realtà i 5 Stelle sono difficili da inquadrare negli schemi politici classici ma sono sempre più istituzionali e, malgrado la vicenda Raggi a Roma, hanno dimostrato di rappresentare una proposta non irricevibile per gli elettori. Basti pensare alla sindaca Appendino che ha battuto a Torino un bravo amministratore come Fassino. Così come è accaduto a livello di amministrative non va assolutamente escluso che anche su scala nazionale i cittadini delle periferie diano la loro fiducia a questo soggetto che peraltro incrocia i temi delle periferie, dalla mobilità alla residenzialità, fino al reddito di cittadinanza e al pragmatismo sul fronte dei migranti. Oggi il populismo vero è a mio avviso quello di Salvini e Meloni. Paradossalmente sembra però che il PD di Renzi abbia deciso di percorrere proprio questo solco: sulla questione sicurezza si vedono atteggiamenti da pugno duro, degni di Alleanza Nazionale. Siamo distanti anni luce da quel PD dei primi anni cui appartenevo. Siamo di fronte a linguaggi e stili molto diversi. E quando perdi la tua identità originaria il dazio elettorale può essere rilevante, dello stesso peso che avranno le periferie”.

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