Amministrative. L’ossessione PD-M5S materializza il centrodestra. La necessità dell’alleanza.

Il dato macroscopico e incontrovertibile che esce dal primo turno delle elezioni amministrative 2017 è il tonfo generale del M5S, che non riesce a conquistare alcun ballottaggio nelle 25 città capoluogo e lo fa in solo in una manciata (tanto per avere un’idea: Asti e Carrara sono quelli principali) dei 141 Comuni sopra i 15 mila abitanti. Risultati da delusione cocente, con numeri spesso sotto la doppia cifra.

Se l’esito definitivo della tornata amministrativa sarà chiaro solo dopo i ballottaggi, che disegnano uno spareggio diffuso tra centrosinistra e centrodestra, e se rimane impossibile tradurre automaticamente il voto delle città in tendenza nazionale, è tuttavia possibile cogliere alcuni elementi di riflessione dopo questo 11 giugno.

Amministrative

Ossessione 5 Stelle. Il crollo del M5S è stato immediatamente letto in modo trionfale dal PD renziano. Una reazione-sfogatoio dopo lunghissimi mesi di una guerra civile quotidiana tra i dem e i grillini. L’assatanata soddisfazione (Ivan Scalfarotto: “A occhio, Beppe, il Maalox del 2014 non dev’essere ancora scaduto”. Anna Ascani: “Quando si vota sulle persone i 5 Stelle sono il nulla”) nel vedere il nemico giurato affossato alle urne ha scatenato l’istinto di seppellimento definitivo, soprattutto in chiave nazionale, dei pentastellati. Ma è proprio nel dato-choc del M5S che si innesta invece lo spazio per poter ipotizzare come miope la linea di scontro frontale portata avanti da Matteo Renzi.

Rispunta il centrodestra. L’aver rivolto tutte le munizioni in direzione grillina (e viceversa) ha infatti prodotto sui territori un effetto riassumibile nell’intramontabile regola secondo la quale ‘tra i due litiganti, il terzo gode’. Di più: all’aggressività anti-grillina il PD ha sommato nel tempo una linea a dir poco morbida, se non di sovrapposizione, rispetto al centrodestra. Il tutto come ennesimo tentativo di andare a conquistare l’elettorato moderato, sfoderando decreti sulla sicurezza, sul decoro e sui migranti che erano ritagliati su misura per far presa proprio sui territori.
Un nuovo tentativo che, alla luce dei risultati amministrativi, conferma un nuovo passo falso: il centrodestra, a trazione leghista, è diventato di nuovo, se non già vincente (sebbene abbia abbia rovesciato i rapporti di forza rispetto al 2012), sicuramente concorrenziale. A maggior ragione quando riesce a coalizzarsi o a non farsi del male dividendosi.

Inciuci improduttivi. Nella sconfitta grillina possono pesare di certo le pessime prove amministrative mostrate a Roma e Livorno, il flop gestionale della Appendino nella vicenda della tragedia sfiorata a Torino in piazza San Carlo, il disastro delle firme elettorali false a Palermo, l’autoritarismo di Beppe Grillo tanto nel rovesciare la candidatura per il sindaco di Genova quanto nello sconfessare Federico Pizzarotti a Parma, nel 2012 il sindaco-simbolo di una tornata gioiosa per il M5S.

Nel calderone delle possibili cause di questa sconfitta è possibile però aggiungervi anche il cambio di immagine che, seppur per un tempo limitato, i 5 Stelle, hanno offerto a livello nazionale con il patto a 4 sulla legge elettorale pseudo-tedesca. Al di là del fallimento, consumatosi in parlamento, dell’accordo stretto da Renzi, Berlusconi, Salvini e Grillo, rimane sul terreno l’impronta di un movimento che ha ceduto per la prima volta in maniera evidente alla logica dell’accordo con il sistema dei partiti. Un evento politico che ha prodotto dissidi interni e che può aver generato una frattura elettorale, sintomo di rifiuto ad ogni forma del tanto vituperato ‘inciucio’.

Il M5S è semmai forte nel momento in cui trova spazio di movimento fuori dagli inciuci altrui, usati come facile pungiball. L’alto gradimento nazionale, attorno al 30%, deve infatti gran parte delle proprie fortune alla permanenza di un quadro politico nel quale appare concreta l’ipotesi di un governo delle larghe intese Pd-Forza Italia e a fronte del quale i pentastellati hanno facile gioco nel presentarsi come alternativa ‘onesta’, ‘trasparente’, anti-establishment e non-inciuciosa.

L’auto-insufficienza del PD. Esattamente ciò che non è accaduto con queste amministrative, dove le linee di separazione tra centrodestra e centrosinistra erano nette e dunque non attaccabili. Tutto questo, al di là dei facili trionfalismi anti-grillini, riconsegna nelle mani di Renzi e del PD una questione cruciale che inutilmente nei mesi scorsi era stata posta al leader come strada alternativa all’idea di autosufficienza del PD e di unico player omnicomprensivo del centrosinistra.

La questione della costruzione di un’alleanza di centrosinistra ritorna più che mai di attualità dopo l’11 giugno. Oltre al richiamo sulla necessità di distinguersi rispetto al centrodestra, sono gli stessi dati di lista del PD nei Comuni principali (qualche esempio: a Padova al 13,5%, a Verona al 16%, a Belluno al 10,3%, a Genova al 19,8%, a Parma al 15%, a Piacenza al 18,5%, a Lucca al 21%, a Lecce all’8%, a Catanzaro al 5%, a Oristano all’11,5%) che non consentono di dire con sicumera che il PD sia forza pienamente autonoma, pur con tutte le tare legate alle amministrative.

Se il PD vincerà, laddove vincerà ai ballottaggi, non lo farà in ogni caso esclusivamente con le proprie forze. Non a caso, dopo la baldoria notturna per lo smacco altrui, dal Nazareno qualcuno, come Matteo Ricci, pur mantenendo la giusta dose di altezzosità, ha alzato lo sguardo un po’ oltre. Evidenziando che “funziona lo schema di un PD che costruisce coalizioni civiche di centrosinistra. Questi dati dicono che il PD è il centrosinistra. O meglio: che non può esistere un centrosinistra senza il Pd. Bisogna che tutti se ne facciano una ragione. Se riusciamo a stare uniti come partito e ad allargarci siamo competitivi, come fronte riformista, anche per il governo nazionale. Mi riferisco al premio di maggioranza del Consultellum che scatta al 40%. Mi pare un traguardo alla nostra portata”. La lettura della tornata amministrativa come sguardo sulle elezioni politiche è servita.

La necessaria sfida dell’alleanza. Dalle parole si tratterà ora di vedere se e come si passerà ai fatti. Si tratta di un passaggio molto difficoltoso, che implica alcune condizioni. La prima è quella di una aggregazione a sinistra che sia più ampia di quella delle singole famiglie (da Articolo Uno a Sinistra Italiana a Possibile) e che sia in grado di smentire la cronica incapacità di smussare quei distinguo che arrivano fino alla scissione dell’atomo. La seconda sta nell’abbandono, da parte del PD, di quelle politiche filo-liberiste e ammiccanti rispetto al centrodestra che hanno segnato la stagione delle riforme divisive, per la metà spuntate: recuperare le politiche sociali e il dialogo con le forze intermedie è un punto irrinunciabile per tornare ad essere centrosinistra.

Serve poi l’apertura vera, non frutto di invenzioni elettoralistiche dell’ultima ora, con un ambito di forze civiche che stanno già operando nei territori e nelle città e che non a caso stanno tenendo in piedi (si veda a Padova con Arturo Lorenzoni) la fiammella della speranza di vittoria nei Comuni. Questa componente, come vale per la sinistra, non la si conquista con operazioni da annessione sotto l’ombrello del leader, ma nel riconoscimento di un ruolo che merita rispetto e spazio di fisiologica autonomia. C’è infine Matteo Renzi e la sua inguaribile smania di essere non solo leader ma capo supremo oltre il quale non sono ammesse altre voci. L’esatto contrario dell’idea di ‘federatore’ tra forze. Se Renzi e il suo PD andranno definitivamente dritti per la loro strada, potrebbero incrociare alle prossime elezioni politiche tutti i nodi, a quel punto irrisolti, che le Amministrative 2017 hanno posto sul tavolo.

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