Venezia, Musei Civici. Emma: “Noi lavoratori, sull’ultima scialuppa di salvataggio”.

“In media abbiamo tra i 45 e i 50 anni e per il 70% siamo donne. In media prendiamo tra i 1.000 e i 1.100 euro al mese. In media non abbiamo un’alta scolarizzazione. E in media questa è la nostra ultima scialuppa di salvataggio. Dopo questa, cosa ci resta?”.

Emma parla al plurale, come un corpo unico. Lo fa per confondersi tra gli oltre 450 lavoratori degli appalti che ruotano attorno ai Musei Civici veneziani. Emma è un nome di fantasia che non può permettersi il lusso di mettere una firma alla sua testimonianza. Quando si lavora e si vive di appalto in appalto, la libertà è condizionata.

Emma parla al plurale anche perché fa parte, come fosse una famiglia, di una fetta di generazione che lei stessa definisce come ‘avanguardia del precariato’.
La leva dei giovani veneziani, di città e di provincia, che agli inizi degli anni ’90 trovavano occupazione attraverso le cooperative, come ausiliari della cultura. Giovani appena laureati o diplomati, ma “soprattutto un ceto medio-basso fatto di tante persone che hanno solo le medie inferiori e che 25 anni fa fecero ingresso in questo mondo, iniziando a sostituire i dipendenti comunali”.

Uno spazio, quello che si aprì allora, che venne favorito dalla esternalizzazione del pubblico e dall’imporsi sulla scena di quelle cooperative che inaugurarono l’era della cosiddetta flessibilità. Non un’età dell’oro ma con un’offerta lavorativa che negli occhi di molti di quei ragazzi luccicava comunque come l’oro.

Per molti di loro, nel corso di tanti anni, ogni passaggio di appalto in appalto ha rappresentato un salto da una scialuppa all’altra. E in ogni salto il luccicare del mare lasciava sempre più spazio al torbido delle acque. Questa volta però, nell’era dell’immaginario collettivo dominato dal calvario dei viaggi della speranza via mare, 450 persone si giocano un pezzo di destino pesante. L’angoscia di ritrovarsi a 50 anni naufraghi, in mezzo ad un mare in burrasca, è forte.

Il maxi appalto che ridisegnerà e affiderà i servizi nei Musei Civici (guardiania, pulizie, ristorazione e book shop) non lascia per niente tranquilli i lavoratori delle società Coopculture, Socioculturale, Skira, Lagardere e Manutencoop.
“L’amministrazione comunale si è rifiutata di inserire la clausola sociale. Una garanzia che poteva essere data ai lavoratori – dice Emma – ma che non si è voluto applicare per evitare eventuali ricorsi delle ditte che vinceranno l’appalto. Il sindaco Brugnaro ha sempre evitato il confronto con noi, anche durante la discussione della mozione a Ca’ Farsetti. Lo stesso atteggiamento è venuto dalla Fondazione dei Musei Civici: un sostanziale muro di gomma”.

Nel braccio di ferro, che dura da almeno un anno, il Comune e la Fondazione sostengono invece “di aver inserito – fin dalla prima pubblicazione ufficiale del Bando – la ‘clausola sociale’ nella documentazione di gara, secondo quanto previsto dal Codice degli Appalti. La clausola, che prevede la priorità dell’assunzione del personale attualmente operante nelle sedi museali, è stata redatta in ottemperanza alla più recente giurisprudenza in materia con l’obiettivo di garantire un’assegnazione di appalto senza problemi tecnico giuridici, garantendo la continuità del servizio al pubblico e il relativo impiego dei lavoratori”.

fontana

Per i 450 le carte si scopriranno probabilmente a fine 2017. Ma la traversata nasconde altre insidie: “la clausola sociale non ci salvaguarderebbe in pieno comunque. Il nuovo appalto prevede infatti un taglio di ore. Questo significa che ci potranno essere tagli del personale e riduzioni degli stipendi, passando dai 1.000 ai 700 euro, per via della gara al ribasso. Per Palazzo Ducale non dovrebbero esserci riduzioni e resta ancora la previsione di aperture serali fino alle 21. Qui la soluzione adottata potrebbe però essere quella dei contratti part-time, cosa che fa comodo alle cooperative che in questo modo non devono pagare le pause, ma operazione che riduce lo stipendio dei lavoratori”.

Non solo. All’orizzonte c’è anche la questione della riqualificazione del personale: “con il nuovo appalto si vogliono creare figure ibride, che svolgano compiti di informazione, che abbiano conoscenza nozionistica di storia dell’arte e che parlino le lingue. Il tutto nella logica del massimo ribasso. Questo rischia di mettere fuori gioco molti guardasala che hanno la licenza media e di aprire la strada ai laureati, meglio se under 25, con contratti a chiamata e dunque più gestibili. Tanto per far capire questa realtà, attualmente ci sono guide laureate o diplomate in lingue, dipendenti delle cooperative, che si occupano degli itinerari segreti all’interno di Palazzo Ducale. Sono visite guidate molto remunerative per la Fondazione (ogni biglietto costa 20 euro, con turni da 30 visitatori alla volta e per più volte al giorno). Eppure queste guide prendono più o meno come noi: si pretende insomma sempre di più per sempre meno”.

Una guerra tra poveri… “Sì, una guerra tra poveri. Peccato che in tutti questi anni le cooperative non ci abbiano mai offerto una formazione in grado di qualificare i lavoratori. E che mai ci sia stata chiesta una qualifica superiore”.

Questi i confini della contesa. Emma però traccia ancora altri identikit e il clima che si respira tra chi potrebbe rimanere a terra, al termine della contesa.
“Ci sono donne divorziate, mamme single con figli anche piccoli, persino coppie, anche di stranieri, che lavorano all’interno dei Civici. Da quando, lo scorso anno, è esplosa la preoccupazione e si è alzata la protesta, l’atmosfera è tesa. L’intento è quello di tenerci buoni, un po’ anche con le minacce del cambio di turno, degli spostamenti, della sostituzione con chi è sotto contratto a chiamata. Il messaggio è che c’è sempre qualcuno dopo di te…”.

Una vita in appalto, sempre in sospeso. Un sistema a forte connotazione politica. Le cooptazioni lavorative hanno sempre viaggiato in sintonia con la logica del consenso politico. Di questo Emma è più che consapevole. Ma la guerra giocata sui poveri, “sugli sfigati, aggravata dal Jobs Act che ha favorito la logica dello sfruttamento”, è qualcosa che non si può digerire comunque.

A Venezia 450, per l’esattezza 453 persone, sono in balìa, in attesa di prendere o perdere l’ultima scialuppa di salvataggio. “Questo continua ad essere un bacino di lavoro da ultima spiaggia. Pochi giorni fa ho ritrovato al lavoro una persona che è stata licenziata da H&M. E’ ritornata laddove aveva iniziato. Cosa ne sarà di tutti noi?”.

  5 comments for “Venezia, Musei Civici. Emma: “Noi lavoratori, sull’ultima scialuppa di salvataggio”.

  1. Collega di Emma
    15 luglio 2017 alle 6:40

    Rincuora sapere che esistono persone sensibili come il titolare di questo interessante blog che dà voce a chi non ha.
    Grazie
    Una collega di Emma

    Liked by 1 persona

    • 15 luglio 2017 alle 10:32

      Grazie. Auguro a lei e a tutti i 450 lavoratori una soluzione dignitosa di questa vicenda.

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      • Collega di tutti
        6 agosto 2017 alle 14:48

        Auguri colleghi!
        A voi, ai precari storici amministrativi ed alle maestre dei nidi di questo Comune, alla Polizia Locale, ai lavoratori del Casinò, ai lavoratori licenziati degli Apt, a noi tutti che abbiamo cercato di costruire la nostra vita sulle sabbie mobili, facendo i mantenuti, constatato ed approvato che siamo tutti lavativi e furbetti, ci hanno mandato quello del “formaggio duro”, di fatto non ci resta che rosicchiarne la crosta.
        – Si, Badrone!
        Se non ti inchini con questo, hai buone conoscenze, firmi liberatorie ed accetti qualsiasi condizione, di lavoro non ne trovi più e sei non hai lavoro sei discriminato e isolato, la povertà è la miglior soluzione per togliersi di torno il popolo. Non c’è più distinzione tra lavoro pubblico e privato. Venezia è un chiaro esempio di come il lavoro pubblico è stato distrutto, lo Stato non esiste più, non è più rappresentato nel territorio. Niente diritti e, quando mai sono stati riconosciuti???? Tra il cittadino e lo Stato italiano la guerra è sempre aperta ma, ci hanno già neutralizzato. Luigi Brugnaro contro tutti. Giro, girotondo, in campagna elettorale ti ho fatto credere che con me è bello il mondo ed invece caro lavoratore ti ho giocato e col sedere per terra sei cascato. Brugnaro non ha cominciato ha solo finito di distruggere quello che la Giunta Orsoni ha iniziato e prima ancora??? Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, Luigi vuole tutto per se. Aveva promesso il taglio alla partecipate, non ha fatto nemmeno un lifting.
        Vado fuori tema!?
        Stimano un CINQUEMILA appartamenti di proprietà pubblica chiusi, non sono a norma, naturalmente non ci sono i soldi per poterli mettere a norma ma, quali altre ragioni ci sono sotto?
        Lui ti dice che la colpa è di chi vuole le case gratis, mantenuti…..anca questi?..
        Una è quella di finire l’eliminazione dal centro storico della plebe emarginandola alla Giudecca, Murano e Terraferma, solo qui c’è qualche alloggio da poter essere assegnato, strano.
        Fatto un grossolano calcolo, tolgo il lavoro, tolgo l’alloggio, chiudo le anagrafi, gli asili nido ed i SERVIZI SOCIALI quindi le Municipalità. Che città metropolitana resta? Che patrimonio UNESCO resta? Solo le rovine ormai, che sono patrimonio di pochi e si dividono il ricavato. Al resto del mondo dice..”venghino-venghino signori” basta che portè schei, fate come foste a casa vostra. Magari, il problema sarebbe minore…….
        M’è venuto in mente che per l’ormai passato Red Ronnie i soldi si sono trovati.
        Mi fermo altrimenti non finisco più, forse è il caldo, mi prende la nausea.
        Filosofia napoletana,mi prendo un caffè.

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      • 6 agosto 2017 alle 16:15

        Uno dei temi che lei propone, assolutamente centrale, è: perché Brugnaro non muove foglia nelle partecipate?

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  2. Collega di tutti
    6 agosto 2017 alle 17:43

    Il perche l’ho già scritto ad un altro giornale on-line, non l’hanno pubblicato giustificando una possibile denuncia a mio carico. Non ho paura di nessuna denuncia, anzi visto che avrei cose veritiere da raccontare una denuncia potrebbe darmi l’occasione almeno di sfogarmi. Non nascondo la testa sotto niente e mi piace parlare senza sfidare guardando in faccia chi vorrei ma, il mio nome è nessuno. Per essere ascoltati devi crearti un “nome”. Qui posso solo sfogarmi e lo sfogo non serve a niente. Per cambiate bisogna prima arrivare. Grazie della cortese ospitalità.

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