2 agosto: la staffetta Milano-Brescia-Bologna. Lanzani:“Coltiviamo la coscienza civile nata dalle stragi”.

“Quando abbiamo iniziato eravamo in 9. Siamo partiti con due macchine di appoggio alle quali avevamo appiccicato due cartelli gialli per far capire chi eravamo e cosa volevamo comunicare con quella nostra corsa. Era il 1984: nessuno di noi era stato toccato direttamente dalle stragi. Eravamo solo un gruppo di podisti milanesi, normali cittadini col bisogno di esprimere e liberare un sentimento che corresse da Piazza Fontana fino alla stazione di Bologna. Oggi siamo in migliaia: ogni anno è un serpentone che si ingrossa o assottiglia ma che non resta mai senza testimoni lungo il percorso. E non è solo una questione di memoria da tenere accesa…”.

313 chilometri, dal pomeriggio del 12 dicembre 1969 alle 10.25 del 2 agosto 1980, passando per il 28 maggio 1974. Centinaia di chilometri che uniscono la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano con la stazione di Bologna, passando per piazza della Loggia a Brescia, per decine di piccoli Comuni, per tanti momenti di commemorazione pubblica e per la via Emilia, con i suoi ceppi di memoria partigiana. Chi di corsa e chi camminando. Chi in bicicletta e chi in pattini. Per 200 metri o per 20 chilometri, ma senza mai lasciare sguarnito un solo centimetro: “al limite, il gruppo podistico dei milanesi è sempre lì, pronto a correre per non spegnere la corsa. Neppure per un attimo”.

Questa è la staffetta Milano-Brescia-Bologna. Molto più che una corsa. Un evento che collega – anima, pensiero e corpo – le tre stragi che più di altre hanno segnato gli anni della strategia della tensione e condizionato il corso della storia repubblicana.

Alessandro Lanzani

Alessandro Lanzani, medico sportivo ed ortopedico, è uno di quei nove pionieri.
La partenza dell’edizione 2017 è imminente (il via alle 15 del 30 luglio, da piazza Fontana) ma al posto della frenesia da competizione c’è la voglia di spiegare il senso e il motore di questo andare, “alimentato da un sentimento popolare, cresciuto nei numeri e nella qualità della consapevolezza”.

Chi partecipa alla staffetta?

“Chiunque. C’è chi ci viene di proposito e chi si trova magari per caso e coglie l’occasione. Lungo il percorso riusciamo a coinvolgere almeno 2.500 persone. Ma sono moltissime quelle che, senza partecipare alla corsa, prendono parte alle manifestazioni collegate. A partire dal ritrovo davanti alla lapide di Giuseppe Pinelli, ufficialmente morto per un ‘malore attivo’ che lo ha fatto volare da una finestra della Questura di Milano, di fatto anche lui vittima della strage di piazza Fontana, fino a Reggio Emilia, dove la fiaccolata è attesa da oltre 10 mila persone. C’è una larga trasversalità dal punto di vista politico. Ci sono i partigiani dell’Anpi con il loro forte sostegno ma c’è anche chi è orientato con il centrodestra: tutti con la giusta sensibilità nel capire che, proprio per la diversità che avevano tra loro le vittime delle stragi, queste non meritano giochi di intestazione politica”.

Tante persone animate da quale sentimento?

“Io penso che il terrorismo, fenomeno tremendo, sia alla fine un collante che riesce a smuovere le anime. La nostra staffetta è quella che da più anni si svolge ininterrottamente e che rappresenta il ‘fiume’ principale. Ma ce n’è un’altra dozzina che parte da tutto il nord e centro Italia, da Sesto San Giovanni a Trento, Ferrara, Aulla, Firenze, confluendo la mattina del 2 agosto a Bologna. Il collante è profondamente etico e ormai va ben oltre la dimensione del ricordo. C’è il bisogno etico di dire che in questa Repubblica non dovrà mai più ripetersi, in nessun’altra forma, quanto è accaduto a Milano, Brescia e Bologna, per giunta con lo strascico di mezze verità e di una giustizia lenta, che ha lasciato aperte ampie lacune circa i mandanti. Il significato di questa mobilitazione non sta solo nel ‘non dimenticare’ ma nel ‘rimaniamo svegli’. E’ espressione di un bisogno di coscienza civile e di ciò che per Don Milani era l’idea del ‘cittadino sovrano’, libero e solidale con gli altri esseri umani. Noi non siamo stati vittime del terrorismo, ma ci sentiamo ugualmente colpiti come cittadini, se non altro perché ognuno di noi poteva essere vittima”.

Qual è il rapporto con i parenti di chi ha perso la vita nelle stragi?

“Il rapporto è buono. C’è chi nel tempo ha partecipato attivamente alla staffetta, come ad esempio Cristina Caprioli (clicca qui per leggere l’intervista). Ma quella delle associazioni delle vittime non è una realtà omogenea, inevitabilmente è uno stare assieme che non di rado ha come obiettivo unico la richiesta di giustizia e dei risarcimenti. Il loro vivere la partecipazione è ragionevolmente faticoso: ogni anno è rinnovare un lutto che non va mai via. Proprio per questo serve quel tessuto civile in grado di dare sostegno, forza e testimonianza oltre il ricordo, con lo sguardo al futuro”.

La staffetta dimostra che questo tessuto civile esiste?

“Esiste eccome. La mia soddisfazione e il mio tormento è che il tasso di coscienza civile in questo Paese è alto ma non viene fatto vedere. Le istituzioni, i partiti e i giornali non vogliono dare la misura del senso etico del Paese. Di queste cose non se ne vuole parlare, si preferisce vengano rimosse”.

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Perché?

“Non credo faccia comodo al potere che via sia un’autoconsapevolezza larga e condivisa. Meglio lasciare tutto frammentato. Eppure qui si parla di coscienza popolare, costituzionale e repubblicana che andrebbe coltivata e valorizzata. Quello che nel nostro abbiamo fatto in questi anni, arrivando ormai alla terza generazione. Tra quei 9 pionieri c’era anche mio padre Evandro, scomparso nel 2016 e per 30 anni organizzatore. C’è un testimone civile che comincia a passare da generazione a generazione. Lo scorso anno la staffetta venne dedicata a lui e mia figlia la fece tutta, circondata da tante persone e tanto affetto, nel ricordo del nonno. Ormai anche noi abbiamo i nostri morti da ricordare. Dei 9 di allora siamo rimasti io, il nostro ‘comandante’ Luigi Viganò, 75 anni che le ha fatte tutte, e Gianluigi Labò. Ma ciò che domina è sempre la carica di gioia e vita, la voglia di affratellamento che si compie in queste occasioni”.

La politica non rappresenta più questa coscienza civile?

“Oggi mancano quei partiti in grado di fare da collante tra grandi aree omogenee, come nel passato facevano la DC, il PCI e pure l’MSI. Io mi definisco principalmente un antifascista ma, come me, tantissimi altri non si sentono più rappresentati a sinistra. Basti pensare, visto che la staffetta attraversa per larghi tratti l’Emilia, quanto è accaduto in questa regione alle ultime elezioni regionali con un’astensione al 37%. E’ evidente che tutto un reticolo di tessuto sociale e associativo è crollato. La staffetta dimostra che a fronte di questa assenza di punti di riferimento ci sono molte persone che cercano forme diverse per affermare la loro voglia di partecipazione e di impegno civile. Una forza non rappresentata mediaticamente e neppure politicamente. Detto ciò, le istituzioni locali guardano a noi con rispetto: ogni anno inviamo qualcosa come 600 raccomandate per avvisare di ogni nostro passaggio. Ad accoglierci di volta in volta ci sono sindaci ed assessori e ad ogni confine comunale troviamo due motociclette delle forze dell’ordine che garantiscono la sicurezza. Il supporto non manca e devo dire che delle volte è arrivato più dal centrodestra che dal centrosinistra. Penso a Milano: l’unico sindaco che ha partecipato alla partenza della staffetta è stato Gabriele Albertini”.

Dopo 313 chilometri la staffetta si chiude il 2 agosto di ogni anno a Bologna…

“Sì, ma per noi quella giornata non si apre e non si chiude con la commemorazione ufficiale delle 10.25. Fin dalle 7.30 del mattino ci ritroviamo in migliaia al parco della Montagnola e lì si raccolgono decine e decine di gruppi podistici, non solo italiani. E’ il raccogliersi di un patrimonio morale e culturale davvero unico a livello internazionale. Dopo il corteo e i discorsi ci rechiamo alla sede di Cotabo, la più grande cooperativa di tassisti di Bologna. Nei soccorsi dopo la bomba loro ebbero un ruolo fondamentale nel prestare soccorso ai feriti trasportandoli negli ospedali. E tra loro ci furono due vittime (Francesco Betti e Fausto Venturi) e quattro feriti. Ogni anno, assieme ai vigili urbani e ai Carabinieri, li commemoriamo davanti al monumento realizzato con uno dei taxi gialli che rimasero sotto le macerie della stazione. E loro, sotto il tendone di questa sorta di chiesa laica, offrono un rinfresco. Sono emozioni profonde, momenti di comunità fatta da persone che sentono la Repubblica e che la difendono. Anche se nato dalla tragedia di quelle stragi, questo è un bagaglio civile enorme. Da proteggere e coltivare”.

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